In evidenza

“Falling”

A volte andiamo contro ogni logica, sapendo che quasi sicuramente ci schianteremo contro un muro. Lo facciamo non badando a nessun consiglio, a nessun avvertimento, voltandoci per non vedere lo sguardo preoccupato di chi ci vuole bene e ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. A volte rischiamo, puntiamo tutto sul numero sbagliato, sul cavallo che quasi al 100% arriverà ultimo. QUASI. Quel quasi implica una speranza, una convinzione che qualcosa andrà diversamente rispetto alle aspettative.

A volte ci buttiamo dal dirupo, con una paura folle di farci del male e allo stesso tempo una strana vocina in fondo allo stomaco che ci dice di saltare, perché stavolta sarà diverso. Quella voce può essere uno sguardo, una parola, una mano stretta in un momento inaspettato. E così chiudiamo gli occhi. Facciamo un respiro profondo. E dopo i primi passi incerti prendiamo la rincorsa, per farci abbracciare con convinzione dal vuoto, sperando che dopo quella caduta spaventosa non ci siano gli scogli ma un enorme materasso, la rete elastica in cui abbiamo creduto ciecamente.

La gente pensa che solo perché ti sei lanciato giù da una scogliera poi non dovresti lamentarti se le ossa si rompono lasciandoti paralizzato in posizioni innaturali. Se i muscoli sono dilaniati da ferite profonde quanto il tuo corpo, se ogni centimetro di pelle è attraversato da frammenti di roccia taglienti come coltelli. La gente dovrebbe capire che nessuno si lancia nel vuoto se non è davvero convinto che quella rete elastica, stavolta, sarà lì. Nessuno, per quanto con tendenze autolesionistiche, è così stupido.

Semplicemente a volte ci sbagliamo e certi sbagli ci costano più di altri. Siamo esseri umani, schifosamente imperfetti e a volte banalmente innamorati del bene. E vedere le potenzialità di un giardino in quello che in realtà è solo un germoglio in mezzo a un grande, sterminato deserto, non dovrebbe essere una scusa per un “ah ma te la sei cercata”.

Perché non si dà mai tutti se stessi a qualcuno con leggerezza. Entrare nella vita di qualcuno, condividerne i problemi, esserci quando tutti i presunti “amici” sono scomparsi, quando c’è la parte più marcia e farsi sporcare dal fango per tirare fuori qualcuno, non è facile. Specie se si è già stati ridotti in mille pezzi altre volte, per lo stesso motivo. Volere DAVVERO bene a qualcuno, vedere le prospettive per qualcosa di migliore, non è un salto che si fa alla leggera. Ignorare le voci, i consigli, le paure perché si vede qualcosa di meraviglioso in qualcuno, non è un gioco. E quando questo qualcuno ci fa bruciare fino a ridurci in cenere, sentire ogni centimetro di anima in pezzi talmente piccoli da non sapere come rimetterli assieme non è più facile solo perché era prevedibile.

Fa ancora più male perché ci abbiamo creduto davvero, di fare qualcosa di speciale. E di essere almeno in parte ricambiati. Dare il massimo e più a qualcuno ed essere poi messi da parte per una novità, toglie il fiato. Fa male da non respirare. Ti fa perdere l’energia, la voglia, le speranze. Soffrire e pensare di meritare di essere capiti non vuol dire non assumersi la responsabilità di aver corso un rischio un po’ assurdo. Ma solo riconoscere di essersi sbagliati a un prezzo bello alto. E che davvero “se la testa non la si perde in due non è amore, è un’esecuzione”.

Annunci

Ottobre

L’ambulatorio del medico di famiglia è come un calderone incandescente. È pieno di vite che si incrociano. Di voci che borbottano in sala d’attesa, spesso sbuffando. Di germi, che riempiono l’aria. Di persone che lavorano, fanno su e giù per le scale, dentro e fuori dalle stanze, con le dita che ticchettano sul computer più in fretta che possono, le mani a visitare, prendere pressioni, gli occhi che scorrono veloci ma attenti su referti di analisi, tac, visite specialistiche. Dentro quell’ambulatorio la tua vita viene accantonata e investita da altre trenta, quaranta vite ogni giorno. Da trenta, quaranta storie. Di anziani che non riescono ad accettare gli acciacchi perché sono sempre stati molto fortunati e si trovano impreparati al corpo che cede. Di giovani, schiacciati dall’ansia,dalla depressione, dalla routine che costringe a correre, senza sapere quale sia la meta. Di figli, che vedono i genitori sempre più affossati, stretti tra le grinfie di qualche malattia terribile; oppure a volte, ancora più difficile da affrontare, capita persino il contrario.

Tu stai lì, in quella stanza di pochi metri quadri. E cerchi di dare conforto. Ci sono le ricette, ci sono i farmaci. Ma c’è tanto, tanto bisogno di ascolto. E ti lasci attraversare. Da tutta quella sofferenza, da tutta quella frustrazione, qualche volta (fortunatamente), anche dalla gioia e dalla gratitudine. Prendi quelle vite e lasci che sostituiscano la tua mentre sei lì, con quel camice bianco che spesso per il paziente vuol dire solo “qui può lasciarsi andare. Pianga. Parli. Chieda.”

Fuori però, la vita aspetta anche i medici. E non è facile. Essere medico e paziente. Medico e parente del paziente. Medico e persona che, come tutte le persone del mondo, quando le cose si fanno difficili, spera. Spera tanto intensamente da consumare i modi in cui si può sperare.

Quando ti trovi senza camice, nudo, speri ancora più intensamente. Spegni le luci dell’ambulatorio, esci. Senti l’aria fresca sul viso e sbam. Tutte quelle storie, quelle sofferenze, quegli atti di fiducia, quelle lacrime, tutto, si somma alla vita che c’è là fuori. Che può essere cosparsa di piccole, grandi e preziose meraviglie ma anche di tanto dolore. Di piogge, a volte inaspettate e intense.

Tempesta più tempesta, le mie tempeste e le loro tempeste. Fanno vacillare. Le paure di un medico come essere umano non sono diverse da quelle di qualsiasi persona entri e si sieda dall’altra parte della scrivania. Anzi. Talvolta sono rese più cupe dalla conoscenza di tutte le cose che possono andare storte. Dalle vite che attraverso e che restano, un pezzetto impercettibile alla volta, dentro. Ad alimentare bellezza, conoscenza, paura.

E solo due cose posso fare, quando le tempeste mi spaventano di più: stringermi a coloro che nella mia vita sono meraviglia e sicurezza. E dire a me stessa, come un mantra, ciò che direi ad un paziente con un percorso insidioso davanti a sé: un passo per volta. Un piccolo passo alla volta.

Scrivere è facile, parlare è difficile. Far passare le parole dalla testa alle labbra, così fragili che si incastrano tante volte: l’aria non vuole uscire dai bronchi, le corde vocali fanno il loro lavoro. Le parole si aggrappano ad una sporgenza proprio lì, nel mezzo della gola. Formano un nodo, potrebbe essere un nodo di cravatta tanto è articolato.

Scrivere è facile. Non ci sono filtri: le parole passano dalla testa al foglio leggere, nere, sinuose. A volte anche loro si impigliano, nel cuore però. Quando vederle scritte fa male. Eppure, scrivere è così facile. I pensieri che scivolano via dalla testa per trasferirsi altrove, sabbia che passa da una parte all’altra di una clessidra.

Un foglio bianco non giudica. Non urla. Non impreca. Non interrompe. Non mortifica. Non sorride. Non comprende. Non è d’accordo o in disaccordo. Un foglio bianco accoglie l’inchiostro, mette a dormire i pensieri. Un foglio bianco è la Svizzera.

Scrivere è facile, parlare è difficile. Forse i veri temerari sanno sempre come usare le parole attraverso la voce. Le gustano, le assaggiano, le lanciano con fermezza nella direzione da loro scelta: le loro conversazioni non sono timide, non ci sono nodi in gola, fremiti, fame d’aria, silenzi imbarazzanti. Per i timidi, per chi è più cauto, per chi conosce quel groppo in gola troppo bene c’è lei: la parola scritta. Amica di una vita.

Capitano quei periodi difficili, in cui si devono affrontare tante cose impegnative tutte assieme. Magari te le aspetti, magari riesci a barcamenarti in qualche modo, magari trovi anche i momenti per sorridere, ma tutto ciò non rende le cose più facili. Riuscire ad affrontare qualcosa che richiede fatica non significa sminuire quello che si sta passando; significa, forse, essere più forti di quello che si pensa.

Ho avuto modo di restare a lungo nella sala d’attesa di un pronto soccorso, oggi. Ho

Sotto effetto di felicità

È il titolo di una canzone. Mi frulla in testa da ieri, adesso che sono a casa da sola ad ascoltare il silenzio ancora di più. La felicità è fatta di momenti, dicono. Non si può essere felici ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette. Si può essere sereni, che per me sarebbe la più grande conquista della vita, ma la felicità no, è più sfuggente. Credo che trovare qualcosa o qualcuno, o entrambi, che ci regala dei momenti di felicità sia un po’ come una droga, soprattutto per chi non è abituato. Per chi pensa troppo, per chi ha sofferto tanto, per chi non dà quegli attimi per scontati. È strano, mette quasi un po’ a disagio sentirsi felici, riuscire a dimenticare tutto il resto per un’ora, un giorno. Forse la serenità subentra poi, quando si riescono a integrare gli sprazzi di sole con le nuvole, i temporali… e a vivere tutto in maniera diversa. Questo è più difficile, magari ci vuole più tempo. Ci vogliono più baci sulle ferite, ci vogliono le gambe che smettono di tremare e ci vuole tanta forza per guardare solo al presente, senza catastrofiche previsioni per il futuro. Io, personalmente, non ho ancora raggiunto questo livello di maturità, spero di crescere abbastanza, un giorno. Per adesso cerco di godermi le montagne russe senza avere troppa paura, ci provo. E stare sotto effetto di felicità è bellissimo. Un po’ brusco ancora è tornare alle cose che di felice hanno poco, ma mi abituerò. Sto trovando persone che mi incoraggiano a puntare in alto, a su

Un colore fra tanti

Scrivo poco ultimamente e mi dispiace. Mi manca, ma allo stesso tempo faccio fatica a mettere nero su bianco il vortice di questo periodo. È esploso il caldo, è esplosa la mia vita. Riesco a starci dietro, vedo sfumature che fino a poco tempo fa pensavo non esistessero. Vedo i colori. Quelli belli, quelli accessi, quelli caldi. Quelli che danno fastidio agli occhi, quelli pastello, quelli che non sopporto proprio. Da dopo la laurea, dalla fine della “prigionia”, vedo il mondo in technicolor. E devo essere onesta, mi devo ancora abituare. Ad ogni nuovo colore il cuore salta un battito. Ad ogni nuovo colore ci sono nuove sfumature di felicità e nuove sfumature d’ansia. Lei, il baratro, l’ansia, che baratro non è più. Quasi mai. Ogni tanto rischio di ricascarci, di darle più potere di quello che realmente ha. Lei è il nero, la paura.

La esorcizzo scrivendo, la tengo sul mio stomaco mentre studio per l’Esame di Stato, mentre viene a ricordarmi la fine di qualcosa. Ma sto iniziando ad accettarla, cosa che credo sia la più difficile per chi soffre d’ansia: accettare di averla come compagna di vita. Accettare che ci sarà sempre, perché fa parte di qualcosa di profondo, di intimo, non completamente sradicabile. Accettare che sarà lì a ricordare costantemente quanto si possa avere paura di perdere qualcosa di bello.

Eppure. Eppure il mare spazza via l’ansia, la mia ansia. Il mare è una delle cose più belle di questo mondo, quasi come avere persone che sanno quanto quell’azzurro, quell’odore, quei passi a piedi nudi verso il blu mi rasserenino.

Ecco, cara ansia, io credo che tu sia un colore in mezzo ai colori. Uno di quelli più tenaci, più fastidiosi, più pervasivi, che a volte si incolla addosso. Pur sempre un colore fra tanti.

Notti

Ci sono notti in cui nessuno capisce. L’inquietudine, l’incapacità di chiudere gli occhi senza provare un senso di catastrofe imminente.

Ci sono notti in cui nessuno capisce, nemmeno chi dovrebbe, o potrebbe, capire. Notti in cui non riesci a stare a fissare il soffitto, al buio, tranquillamente mentre chi hai accanto dorme. Notti in cui chi riesce a crollare con ancora le parole in bocca ti dà fastidio.

Notti in cui avresti bisogno di parlare, anche se è tardi, ma non c’è nessuno con cui farlo. Notti che fagocitano tutto. A parte un profondo senso di malessere. Notti che solo gli insonni conoscono.

Ci sono notti in cui nessuno capisce quanto sia frustrante essere svegli, pur avendo bisogno di dormire. In cui vorresti solo chiudere gli occhi e staccare l’interruttore, invece sai che dovrai sfinirti prima di riuscire a dormire.

Ci sono notti in cui forse basterebbe la metà del tempo per addormentarsi, se ci fosse qualcuno che capisce quell’angoscia. Apparentemente immotivata, ma che forse dei motivi li ha. Qualcuno che sacrifichi mezz’ora del suo sonno per donarlo a te, che con una parola o la vigile presenza porti via l’inquietudine.

Ci sono notti in cui l’insonnia sarebbe un nemico meno pericoloso, se ci fosse qualcuno.

Changing

Stasera, dopo una giornata perfetta, ho realizzato. Sta cambiando tutto. Tutto. La mia vita intera sta andando incontro al sole, all’arcobaleno, a folle di ninfe festanti, dopo essersi lasciata alle spalle quell’esistenza frustrante che era il mio essere universitaria. Lunedì mi sono laureata. Lunedì è iniziato a cambiare tutto.

O meglio, da lunedì non ho più quel fardello che per anni ha accompagnato la mia quotidianità e che dava un nome e una motivazione alla mia ansia. Nei giorni scorsi sono stata troppo impegnata a dormire per capirlo. Felice. Poi assonnata. Poi felice. Poi in letargo. Poi uno sprint di energia per buttarmi verso l’esame di abilitazione e i mesi di tirocini connessi. Altro breve letargo. Un po’ di sole, una passeggiata in centro, quell’inquietudine al crepuscolo che mi piglia da quando avevo 5 anni, un altro po’ di letargo.

Ma oggi è stato tutto perfetto. Per la prima volta da anni mi sono resa conto di come fosse davvero sabato. Nessun esame da preparare. Nessun pensiero rivolto ad un dovere rimandato per un po’ di svago. Solo la semplicità. La bellezza di una giornata in due. E poi con gli amici. Fino a tornare a casa, noi due. Come sta succedendo spesso. Mi siedo sul divano ed eccolo lì, lo stronzo. Quel baratro che ogni tanto mi piglia dallo stomaco: lui sale, verso i polmoni, rimpicciolendoli, verso il cuore, facendolo andare più veloce, più rumoroso, verso il cervello, riempiendolo di catastrofi imminenti. Penso “sono felice”? Lui risponde “hai tanto da perdere”. Io “Mi sembra di avere una casa e mezza in questo periodo”.Lui “sei piccola. Piccola.”.

Il baratro sale, perché è me che vuole portare in basso. Se ne approfitta. Del fatto che i cambiamenti fanno paura, anche quando sono bellissimi. Ti costringono a rischiare, a uscire dalla tua zona di confort. Vorrei essere felice senza avere paura. Invece me la faccio sotto. Sono completamente, stupidamente terrorizzata dalla mia vita che cambia. Da un futuro che potrebbe essere meraviglioso. E sono anche schifosamente felice, finché lui non torna a farsi sentire. Mi sento fortunata e grata per quello che ho raggiunto, per le persone più importanti che ho vicino. Ma il pensiero di non essere all’altezza, o di ferire qualcuno, di dover lasciare qualcosa che amo per qualcos’altro che amo mi hanno travolta. Come una di quelle onde che fanno disastri. Chiamatelo ansia, chiamatelo baratro ma lui lo sa, quando farsi sentire. E non so bene come sconfiggerlo.

Forse posso solo dire che ha ragione.

Sta cambiando tutto. Sono felice. Sono spaventata. E in un modo o nell’altro, le cose vanno.

Blu

Siamo liquidi, come colori a tempera. Tu sei blu, quel blu così intenso che si vede solo guardando l’oceano. Io sono giallo, un giallo ancora un po’ pallido, come il sole di inizio marzo, che ce la mette tutta per scaldare almeno un po’ il silenzio lasciato dall’inverno.

Ci siamo incontrati, attraverso le nostre dita intrecciate blu e giallo si sono mischiati, sono comparsi sprazzi di verde, qua e là. Verde acceso, verde più tenue. Guardo le mie mani e quelle chiazze color bosco mi piacciono, sanno di noi. Poi guardo il mio corpo e qualcosa cambia. Non è più tutto giallo, non è nemmeno verde. C’è del blu sulle mie gambe, sale dalle caviglie fino alle ginocchia. Mi affascina, sfioro quel blu profondo con un po’ di incertezza, ma mi fa bella. Guardo te, ma non ti è successa la stessa cosa. Sei tutto ricoperto di blu, come se avessi fatto il bagno nel colore, nel tuo colore. Sulle punte delle dita si fa spazio qualche angolo di verde, del giallo nemmeno l’ombra.

Dietro di me ci sono i miei barattoli di vernice, quasi tutti pieni. I miei amici, le mie passioni. Le mie paure, quelle sono aperte sul pavimento, si mischiano al blu delle tue rassicurazioni. I tuoi barattoli, invece, sono quasi tutti sparsi attorno a noi. Blu sulle pareti, blu sul pavimento, blu sulla piccola porta a vetri che ci separa.

Mi chiedo come fare, a creare del verde da tutto quel blu. Il mondo che mi hai spalancato davanti è immenso, è bello, ma non è ancora nostro. Il mio colore è poco, anche usandolo tutto. Lo conservo per proteggere una parte di me, perché se qualcosa andasse storto e le pareti non diventassero d’erba, annegherei nell’oceano.

La tua vita è così completa, così piena che non capisco quale sia il mio posto. Se oltre ad immergermi nel blu verrà fuori un nuovo colore. O se resterò lì, coi miei secchielli di vernice che sono riuscita a tenere nascosti per quei momenti in cui torni a immergerti nel tuo blu, dimenticando di intrecciare le nostre dita.

C’era una volta

Sono in un ambulatorio piccolino, c’è una porta bianca chiusa. Una scrivania disordinata, delle caramelle, un fonendoscopio rosso appoggiato su una sedia. Lo prendo in mano e la campana è piccola, non è fatta per ascoltare il cuore dei grandi. Poco più in là c’è un lavandino, con uno specchio sopra; ci arrivo facendo lo slalom tra libretti e pupazzetti sparsi per terra, su quel tappeto colorato che devo far lavare ogni settimana ma mi piace tanto. Guardo il mio riflesso e mi sorride, i capelli raccolti e quel camice bianco, che bianco non è. Ha una coccinella sulla tasca superiore e orsetti e farfalle. E colori. Colori caldi, ma non eccessivi. Colori per dire “sì, sono una dottoressa, ma mica una qualsiasi, sai? Io sono una dottoressa dei bambini”.

Bussano alla porta, finisco di lavarmi le mani e vado ad aprire. È solo un’altra mamma preoccupata, solo un altro papà che ha passato la notte in bianco, solo un altro piccolo paziente.

“Solo”, perché nella mia favola quel “solo” avrebbe significato tutto. C’era una volta, ci sarebbe potuto essere, ora non c’è più. Ma in quel sorriso allo specchio io ci spero ancora un po’. Di trovarlo, magari in un’altra storia, magari in colori diversi. Magari.

C’è la stanchezza, che si accumula. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, per arrivare ad un obiettivo che in certi momenti sembra perdere di significato. Cosa sono, cosa mi piace, cosa voglio, ormai non lo ricordo più. Ci sono le notti passate a occhi aperti, col baratro che cerca di portarmi tra le sue braccia. E le notti che passano troppo in fretta, fatte di sonno senza sogni, di stanchezza che viene solo alleviata. Come se non fosse mai sufficiente, come se il riposo non fosse davvero riposo.

Ci sono le mattine in cui ci si alza ancora stropicciati, cinque minuti in più nell’oblio del cuscino al posto della colazione insieme. Ci sono le incomprensioni, i difetti. L’incomunicabilità. Le incoerenze, sì, ci sono anche quelle. I cambi di idea, gli sbalzi di umore. Fastidiosi, lo so. So essere indisponente, irritante, so mettere muri dove dovrei costruire ponti. Mi chiedono perché e io sto zitta. Sono solo stanca. Ci provo a parlare, ci provo davvero. Quando ci riesco mi pare di aver fatto chilometri di strada, ma non è come andare in bicicletta. È uno sforzo ogni volta, è difficile imporsi. Dire ad alta voce “sì. Ho questi bisogni. Sì, io desidero questo”. Impormi, non essere quella del “come preferite”. “Va bene lo stesso”. Perché non va bene lo stesso. Non sto bene. Faccio fatica a parlare, non ad esprimermi. Sulla carta ci riesco benissimo. Le parole mi restano in gola ma passano dal cervello alla tastiera rapide, dirette. Non sono sempre coerente. E più lo ammetto, meno serve. C’è la stanchezza, a farmi compagnia. A ricordarmi che degli sforzi li sto facendo. Per esserci. Per finire quello che ho iniziato. Per imparare a parlare. Per convincermi che a volte non è meglio tacere, anche quando c’è del fastidio dall’altra parte. Parlare ad occhi ostili, non ci sono mai riuscita. Fin da piccola.

C’è la stanchezza. Ci sono le incomprensioni. Ci sono i tentativi. E ci sono i momenti in cui stare in silenzio.