Occhi

Dicono che gli occhi di una persona siano lo specchio dell’anima, ma in realtà non ci troverete sempre la verità dentro. C’è chi sa mentire bene anche con gli occhi, soprattutto con quelli. Ti ci perdi dentro e ci anneghi, pensando che l’acqua che vedi sia vera, che quelle onde siano pronte ad abbracciarti e a portarti via. E prima che tu te ne accorga ti ritrovi arenata sulla spiaggia, sbattuta malamente su uno scoglio, con le ginocchia sanguinanti e i polmoni che bruciano per l’acqua salata andata di traverso.

C’è chi mente con gli occhi ma non col sorriso. O almeno, mi piace credere che un sorriso che spunta di rado possa essere una breccia in quel muro scintillante di maschere e bugie, che sembra invalicabile. La maggior parte della gente fa il contrario, finge sorrisi più o meno convincenti, talvolta quasi impeccabili… e in quei casi la debolezza la scorgi nello sguardo. In un momento, quando magari credono che nessuno stia guardando o quando semplicemente abbassano la guardia.
Ma le persone che ti fregano sono quelle che con lo sguardo ci sanno giocare, come un ragno con la sua tela. Un oceano di calma apparente, una foresta che sembra ospitare una radura accogliente. Ti rigirano come un calzino, se ti lasci abbindolare. E loro lo sanno, lo sanno benissimo.
Eppure… poi ti sorridono e fanno tentennare le tue certezze di meschinità e menefreghismo. Vedi spuntare un’espressione buffa e quasi involontaria e niente, non ce la fai proprio a pensare che anche quella sia costruita. È un qualcosa di talmente genuino e inaspettato che ci metteresti la mano sul fuoco. Sul fatto che in quel preciso momento stanno bene davvero. Che vogliono stare lì dove stanno. Che per qualche secondo, a volte minuti, tutte le tempeste sono state risucchiate da una bottiglia, chiusa con un tappo ermetico, e messe su una mensola. E che finché la tempesta non scalcerà così forte da liberarsi, o non arriverà qualche fottuto egoista o un istinto masochista irrefrenabile a liberarla, la tempesta non darà alcun fastidio.
Se ascolti bene puoi sentire ancora il rumore dei tuoni, basta avvicinare l’orecchio alla bottiglia. Come un cuore che batte, come una tigre in gabbia. Il vento, le onde, la pioggia incessante. E fuori è pace, per un po’. Per la durata di un sorriso, magari di due. La durata di una battuta, di uno sguardo, di mani che si cercano, cercano qualcosa a cui aggrapparsi, un respiro a cui sincronizzarsi. Labbra da mangiare. Il sorriso che diventa malizioso. Ma sempre vero, solo più furbo, perché sa esattamente cosa vuole.
Poi però passa tutto. Gli occhi tornano l’unico specchio dell’anima, con le loro bugie. Occhi pigri, quasi annoiati, che vorrebbero qualcosa che non possono avere. E che fa solo del male, ma forse per questo è ancora più desiderabile. Quel dolce dolore della tortura psicologica, una droga che cancella le possibilità con una tale sensualità da non far nemmeno accorgere a quegli occhi che si stanno spegnendo, persi in chissà quale illusione. Veleno scambiato per miele. Il sorriso, quello vero, non c’è più. La noia lascia il posto alla malinconia, a una ricerca di qualcosa di indefinito. Basta un soffio di vento che fa cadere la bottiglia e bam. La tempesta è di nuovo lì. E se quel sorriso non fa uno sforzo per spuntare, tu puoi solo lasciarlo andare a fondo.

La cosa peggiore però, sono gli occhi spenti. Occhi belli come poche cose al mondo, occhi che hanno sempre sorriso. Occhi come il carbone incandescente, ai quali non serve avere il colore del cielo per essere belli. Li vedi sempre più simili a resti di brace, quando ha smesso di bruciare, senza che tu possa fare nulla per ravvivare quella fiamma. Occhi nudi, occhi che non mentono…e anche se mentissero poco importerebbe. Perché abbiamo tutti quelle persone che potrebbero raccontarci anche la balla più grande della terra senza che nulla di quello che proviamo per loro cambi. A volte diamo questo potere a troppi, dovremmo limitarci a lasciarlo a chi lo merita davvero.
E per far tornare a brillare occhi così daresti la vita, se servisse a qualcosa. Ma non serve, nulla sembra funzionare. Te ne stai lì, tra occhi spenti e tempeste, in attesa che qualcosa cambi. Che qualcuno accetti un po’ di bene. Cercando di creare qualcosa di così meraviglioso da far tornare quegli occhi a vivere e quel sorriso a spuntare. Anche se fallirai, come già hai fallito molte volte… ci provi perché è l’unica cosa che puoi fare.

Giove e Venere

Mai come quest’estate Venere e Giove si sono trovati così vicini. O almeno è quello che sembra a sentire giornali e qualsiasi mezzo di comunicazione.

“A cosa pensi?”

“Niente”.

Giove e Venere signori miei, uomini e donne. Come mi hanno ricordato più di una volta ultimamente, se un uomo dice “niente” intende davvero NIENTE. Tabula rasa, siamo noi che ci facciamo troppe domande, noi donne iper complicate, iper pensierose, iper nervose, iper esagerate, iperuranio tra un po’.

Che sia vero non potrò dirlo con certezza finché non riuscirò a creare un elettrodo per leggere i pensieri della mente maschile in tempo reale (e la cosa, lo ammetto, un po’ mi spaventa), ma di sicuro loro ne sono fermamente convinti.

Un po’ come quando ti dicono “ ma che problema c’è?” o frasi come “  ma quante teghe ti fai??”, come se il pianeta strano fossimo noi.

Perché se su una cosa non ci sono dubbi è che uomini e donne sono distanti anni luce e, ultimamente, sembra che si stiano allontanando sempre di più.  Un po’ per i social network, per quelle odiose faccine col pollice alzato che incitano alla pigrizia (della serie “ma sì, mi ha scritto un papiro ma posso cavarmela con un pollice, perché fare fatica?”), un po’ perché ormai prima dei trent’anni è difficile trovare un uomo che voglia andarsene di casa e concretizzare la sua vita, un po’ perché sono abituati ad avere tutto (come noi, d’altro canto).

Ma sicuramente anche noi donne stiamo cambiando, niente da dire su questo: siamo autonome e indipendenti per tante cose, ma facciamo fatica ad ammettere che l’Uomo, lo vogliamo. Lo vogliamo perché comunque abbiamo bisogno di sentirci al sicuro, di tanto in tanto. Di sentirci sexy da morire,desiderate. Nonostante la nostra indipendenza, c’è un lato di noi che un uomo lo vuole.  Nonostante le paranoie, nonostante gli impegni, nonostante ci venga da metterci le mani nei capelli ogni volta che guardiamo il cellulare.

In quel calderone di rapporti sociali fatto di università, ospedale, amiche storiche, amici semi nuovi, incontri leggeri e passeggeri, ma negli ultimi mesi soprattutto di Arena, sto riscontrando nel mondo femminile un malessere, un malcontento talmente comune da sembrare causato dalla stessa persona.

Invece no, si tratta di persone diverse, accomunate da due punti fondamentali: sono uomini e hanno meno di trent’anni.

Ora. Magari è un virus, o un qualche messaggio subliminare mandato in onda in tutte le puntate di Dragon Ball negli ultimi dieci anni, ma fa davvero strano vedere così tante ragazze penare per gli stessi identici motivi, le stesse leggerezze, le stesse ambiguità.

La prima premessa da fare è che in un qualsiasi rapporto, specialmente tra uomo e donna, ma anche in generale, le due parti non sono MAI  in perfetto equilibrio: uno dei due dà di più, l’altro meno. Uno è più coinvolto, l’altro meno. Non ho ancora trovato nessuna relazione, nessuna amicizia, nessun rapporto professionale in cui le carte siano esattamente le stesse. A volte è in “vantaggio” lui, altre lei.

Ebbene, sembra che i ragazzi di oggi amino avere tutto. Normale, mi direte voi. Umano, potrei rispondere io. Ma. C’è un enorme MA. Non vogliono rinunciare a niente. Si trovano talmente bene nella loro vita, in questa condizione di giovinezza, spensieratezza, amicizie e realizzazione personale che fanno qualsiasi cosa per accrescere questo loro benessere, stando bene attenti a non rischiare nulla, a non dare troppo.

Ed eccoci alle situazioni più comuni.

Sai, ho un’altra e adesso mi va bene così, ma tengo troppo al nostro rapporto e non voglio perderti…  vorrei che fossi la mia migliore amica.

Guarda, non me la sento di impegnarmi, la mia ex è una t***a, siete tutte uguali. Non mi fido delle donne.

Perché non possiamo essere amici? Insomma, io sto bene con te, ma non sei l’amore della mia vita. Non mi piaci da quel punto di vista… (e dopo due minuti si mettono a sfiorarti con le dita ogni centimetro di corpo).

Hai capito male. Faccio così con tutte, non so che castelli in aria ti sei costruita.

“Tu vuoi una cosa seria, io no”  “ma veramente volevo solo frequentarti senza impegno…” “No no, tu vuoi il MOROSO” “Ah, non sapevo di volerlo. Se lo dici tu…”.

Ci sono delle lievi esasperazioni giusto per rendere il tutto più teatrale, ma vi assicuro che sono scene davvero accadute, non per forza a me ma a persone altrettanto reali.

Insomma, ci troviamo a fare i conti con situazioni che hanno dell’assurdo. A volte con posizioni e pensieri talmente estremisti o comunque irremovibili, da lasciare perplesse. Insomma, quante occasioni si perdono questi uomini così rigidi nel loro volere “tutto e niente”?

Quanti limiti si auto impongono? La paura dei legami è forse la più forte che si avverte quando si inizia a conoscere qualcuno, tra i venti e i trent’anni.  Paura di essere feriti, a volte. Paura di essere trattati male, di essere ingannati, di sentirsi degli stupidi perché magari già una volta si è stati presi in giro.

Paura di perdere la propria libertà, o di finire come quell’amico che sembra schiavizzato dalla sua ragazza.

Ideali troppo, troppo alti, che a volte nascondono inesperienza e altre solo la paura di poter avere qualcosa di realmente raggiungibile.

Come se noi donne non avessimo tutte queste paure, come se non avessimo mai sofferto.

Ragazzi miei, sfondate una porta aperta. Nominatemi una famiglia da conoscere, una ricorrenza e mi viene l’orticaria. Di quelle forti, proprio da flebo e ricovero in ospedale.

Ma noi, per qualche motivo, siamo più disposte a rischiare. E sempre meno inclini, però, a far fare agli uomini quello che vogliono con noi.

Hai un’altra? Bene. Ma non pensare di potermi tenere legata a te, niente piedi in due scarpe.

Amici? Anche no. Se non ti piaccio abbastanza d’accordo, ma non facciamo finta di essere amiconi.

Sto vedendo donne, ragazze, amiche, davvero molto forti. Perché saremmo quasi tutte tentate di cedere a questi compromessi, perché quando qualcuno ci colpisce e ci vediamo qualcosa di speciale, magari lo idealizziamo un po’ e il primo istinto sarebbe quello di non perderlo. Ma forse stiamo riuscendo a capire che quel filo sottile fa più male che bene. E che tagliarlo lascia un po’ un senso di vuoto subito, ma ci risparmia qualche punto di sutura più avanti.

Chiaramente i ruoli possono essere invertiti, ovvio che ci sono tante, tantissime donne che sono delle stronze colossali e indirettamente sono causa dei nostri mali poi.

Ma sono una donna, non posso scrivere dal punto di vista di chi, quando dice “niente”, lo pensa davvero. Perché io, nel 90% dei casi, penso tutt’altro. Magari ci sono mille cose che non vanno dietro quel niente. Magari è un pensiero solo, ma assillante come un tarlo. Magari sono felice, semplicemente.

Ed è altrettanto vero che tutte noi donne diamo dei due di picche, così come li riceviamo…. Possiamo solo cercare di rendere la cosa il meno dolorosa possibile, senza creare troppe illusioni, ma tutti ci troviamo da entrambi i lati della barricata.

Forse anche per questo quando finalmente si trova una bilancia più vicino all’equilibrio delle altre volte è così bello. Perché vuol dire che tutto è lì lì per combaciare, aspettative, tempistiche, chimica e mille altre variabili. A volte non ci scommetteremmo un centesimo e nasce la storia d’amore più bella della nostra vita, mentre altre è un’esplosione di fuochi d’artificio che dura mezzo secondo.

Conosciamo gente, più che possiamo. Non per forza per trovare quel piatto della bilancia che si mette in sospeso col nostro, ma perché nonostante tutte le amarezze è divertente conoscere, anche pianeti così lontani come Giove.

E nel frattempo, faccio i complimenti alle mie donne. Sempre più forti e complicate, ma adorabili. Continuate così.

Pioggia e stelle

Piove, continua a piovere. Una goccia dopo l’altra, ininterrottamente. Come se le nuvole si fossero rubate l’azzurro del cielo e non volessero restituirlo più… e le gocce cadono in maniera così regolare, così ritmica, da creare qualcosa che somiglia a musica. Cadono e se non si ha un ombrello non c’è altro da fare che alzare il viso verso quel grigio e rassegnarsi a tornare a casa bagnati; perché nella vita reale non si trovano persone che ti ospitano sotto il loro ombrello, specialmente se quella nuvola passeggera è solo sopra di noi e non sopra di loro. Magari loro hanno una vera e propria tempesta addosso e non riescono a vedere che anche noi stiamo finendo con l’acqua alla gola… perché ognuno salva se stesso prima di tutto, è logico.
E quando la pioggia arriva inattesa, quando non siamo pronti ad affrontarla o c’è talmente tanta acqua che rischiamo di non respirare più, il primo istinto è quello di cercare un passaggio sotto uno degli ombrelli colorati che vediamo passare accanto a noi, specie se sotto quell’ombrello c’è una persona a cui vogliamo bene. E quando quell’ombrello colorato passa lasciandoci indietro resta un vuoto enorme… perché qualche ragionamento insensato ci porta a pensare che sì, noi quel passaggio a loro lo avremmo dato, quindi naturalmente dev’essere vero il contrario. Solo che non funziona così, perché ognuno ha un rapporto diverso dal nostro con se stesso, con noi e con la pioggia. Dobbiamo solo riuscire ad accettarlo, in qualche modo, così come dobbiamo riuscire a tirare dritto quando offriamo il nostro ombrello a qualcuno e quella persona preferisce cavarsela da sola. Annegare o imparare a nuotare, non deve importarci troppo.

Qualche anno fa ho scritto una breve storia, forse un po’ sciocca. Parlava di una bambina che voleva le stelle: le accendevano la lampada in camera per non farla stare al buio, ma lei guardava fuori dalla finestra e pensava che quella banale luce artificiale non fosse assolutamente niente rispetto a quelle stelle. Che sembravano così fredde a quella distanza, ma che sicuramente riscaldavano più di quanto si potesse immaginare.
Quella bambina non si rendeva conto di essere una stupida, impuntandosi di non volere la lampada… perché a volte, per quanto vogliamo qualcosa di più bello, è un qualcosa di talmente irraggiungibile e sbagliato per noi che ci farebbe solo del male. Pensate tenere in camera una stella: meraviglioso in teoria, ma in realtà (a parte il problema delle dimensioni) finiremmo arrostiti ancora prima di poter ammirare quello spettacolo.
Spesso vogliamo le stelle solo perché non possiamo averle, in ogni ambito della vita; non perché siamo tutti appassionati di astronomia, ma perché sono qualcosa che non ci è concesso. Ci fissiamo con lavori che non fanno per noi, con persone a cui non interessiamo, solo perché una piccola e masochistica parte di noi ci spinge alla sfida, a fare i capricci.
Facciamo i capricci nei rapporti, con le nostre idee, con noi stessi. Ci torturiamo continuamente per quello che non possiamo avere e intanto la pioggia continua a cadere. E una stella non salva nessuno dalla pioggia. Nemmeno una lampada, ma magari con quella possiamo illuminare la strada fino al negozio di ombrelli.
L’unica cosa che conta, che conta davvero, è riuscire a capire che dobbiamo ritrovare il nostro ombrello prima che l’acqua ci impedisca di respirare… perché nessuno verrà a salvarci.

Raccontami di te

“Raccontami di te, se hai voglia ancora di parlare,
un po’ di verità stasera non può farmi male,
aiutami così almeno a non dimenticare
la vita che cos’è, raccontami, raccontami di te..”

(Marco Masini – Raccontami di te)

Oggi vorrei scrivere a proposito delle parole e di quanto sia difficile farle uscire al momento giusto, nel modo giusto. Abbiamo un vocabolario immenso e non va bene usarlo allo stesso modo in tutti i contesti…non possiamo essere troppo informali sul luogo di lavoro, dobbiamo portare rispetto alle persone più anziane e per far capire le cose ai bambini non possiamo fare discorsi troppo complicati e con parolone da enciclopedia.

Forse però nessuno dice mai quanto sia importante dirle, queste parole. Ci sono, le conosciamo e possiamo usarle per dare una forma comprensibile (più o meno) a quello che abbiamo dentro e che spesso ci divora. A volte abbiamo bisogno di dire le cose a voce alta per capirle noi stessi, come mi ha insegnato qualcuno di molto saggio; altre volte aspettiamo solo che qualcuno ci dica quelle parole, ci dia una spiegazione, ci renda parte del suo mondo. O risponda a qualcosa che noi abbiamo detto. Non possiamo pensare di avere una qualsiasi relazione sana con qualcuno senza parlare, senza affrontare i problemi, senza esporci. Perché parlare vuol dire anche fidarsi, vuol dire “guarda, ho abbastanza fiducia in te da condividere la mia opinione, il mio problema, quello che per me è importante, un consiglio”. E non tutti riescono a farlo. Anzi, molte persone sono capaci di dire “ti amo” due volte al giorno senza però poi mai metterlo in pratica donando un po’ di sé. O comunque molti sono in grado magari di parlare tanto ma senza dire nulla, riempiono il silenzio di suoni senza però metterci dentro della sostanza.

Ovviamente non possiamo permetterci di essere sinceri con tutti, col primo sconosciuto che incontriamo per la strada, col professore che ha il coltello dalla parte del manico, con conoscenti che fanno parte della nostra vita solo marginalmente. Però a quelle persone con cui c’è un legame di qualche tipo, alle persone a cui teniamo, magari dobbiamo un po’ di onestà; che non vuol dire buttare fuori tutto quello che ci passa per la testa senza pensare alle conseguenze o rivelare parti profonde di noi così, gratuitamente. Magari anche solo sforzarci di esprimerci e di essere sinceri su quello che pensiamo e proviamo, specialmente quando questo le coinvolge… anche se a volte si fa fatica, anche se non sono sempre cose piacevoli quelle che ne escono. Anche se, per dare una forma ad alcune emozioni o ricordi ci facciamo un po’ male. Poi è chiaro, il messaggio deve voler essere recepito: non ci si può sempre aspettare un discorso vis à vis, magari con tanto di perfetta logica dall’inizio alla fine, non si può pretendere sempre la frase perfetta al momento giusto. L’importante è usare le parole per comunicare, che sia parlando di persona, scrivendo, o attraverso una canzone. Che sia anche solo per dire “mi hai messo in difficoltà, non so cosa fare, non so cosa dire”. “Ho paura di deluderti”. “Mi hai fatto arrabbiare”. Sì, invece che tenere il muso, togliere il saluto, non rispondere ai messaggi, smettere di parlare, proviamo a fare il contrario. A buttarci nelle cose almeno un po’. E’ terribilmente complicato usare le parole nel modo giusto, specialmente quando si tratta di raccontare noi stessi o di metterci in contatto con un’altra persona. Eppure non è impossibile.

Dobbiamo solo chiederci: ne può valere la pena? E da persona che ama profondamente le parole posso solo sperare di sì. Che le persone a cui voglio bene pensino che sì, con me può valerne la pena.

C’è chi si basta…e chi no

“Ci sono persone che si bastano da sole e altre che invece hanno bisogno degli altri per vivere”. Incredibilmente sentire una frase del genere ad un programma di basso livello alla televisione può davvero far riflettere, perché è una verità così scontata, così banale, che spesso non pensiamo a quanto sia importante e soprattutto a quanta differenza faccia nei rapporti appartenere all’una o all’altra categoria.

Ho spesso letto, o sentito dire che bisogna trovare la felicità in se stessi, perché siamo l’unica persona che non ci tradirà mai, o comunque l’unica che resterà sempre. Tutti gli altri sono di passaggio, tutti gli altri sono imprevedibili. Almeno la famiglia dovrebbe essere un punto fermo, ma onestamente sapete cosa credo? Che se avete una famiglia, dei parenti che vi amano davvero, allora siete davvero fortunati. Credo che la frase “parenti serpenti” non sia sbagliata, ma passibile di modifica. Perché ci sono dei familiari amorevoli, alcune persone fortunate ne hanno tanti, invece altri possono contare su uno o due. Diciamo che i serpenti cambiano pelle ma restano sempre gli stessi, mentre certi parenti hanno cambiato così tante facce da non sapere più qual è la loro vera identità. Altri sono quasi peggio: i serpenti vanno a mangiare le uova di animali di specie diverse… mentre certi essere umani mangerebbero le uova dei loro stessi fratelli, figli, genitori, pur di preservare se stessi.

Lasciando perdere i capitoli familiari, torniamo alla frase iniziale: sì, posso concordare sul fatto che ci siano queste due categorie di persone nel mondo, quelle che sono sufficienti a loro stesse e quelle che hanno bisogno degli altri, del contatto umano, di condividere. Per molto tempo ho pensato che appartenere al secondo gruppo fosse sbagliato, in realtà in parte lo penso ancora adesso: perché per noi “bisognosi” la felicità non dipenderà mai interamente e solamente da noi, ma sarà sempre e comunque condizionata da qualcun’altro. Eppure, badate bene, non sto parlando per forza di un fidanzato, di una ragazza, di un marito, di una moglie, di un partner: sto parlando del genere umano, di tutti quelli che incontriamo e con cui stringiamo relazioni. Sto parlando delle persone che fanno parte della nostra vita, di quelle che ci sono da sempre e di quelle che entrano all’improvviso. Di una mamma che ci è accanto in ogni momento, che ha visto inimmaginabili e che ci ama con tutto il cuore. Di fratelli e sorelle più piccoli, con i loro sbalzi d’umore adolescenziali, di fratelli più grandi che forse sono odiosi a volte, di fratelli non di sangue ma d’elezione, per quell’affinità che nessuna parentela vera potrà mai sostituire. Di amiche da una vita, perse e ritrovate, di compagni di studio con cui si passa la maggior parte delle giornate a ridere e piangere, a scherzare e preoccuparsi. Di gente conosciuta tra i corridoi umidi dell’Arena o ballando su un tavolo. E’ chiaro che per noi avere un compagno di vita diventa più importante, ma forse non è chiaro il perché…e soprattutto forse non è chiaro cosa passa nella testa e nel cuore di persone così folli da aprirsi continuamente alle persone, nonostante tutte le botte.

Non posso parlare per tutti, ma per quello che mi riguarda la comunicazione è alla base della vita stessa: non starei scrivendo altrimenti, non passerei il tempo a sbirciare su Facebook le vite altrui se no, non avrei scelto un lavoro come quello del medico. Non medico chirurgo. Medico. Che parla con i pazienti, che spiega, che cerca di stare vicino, che mette le sue conoscenze a disposizione degli altri, che non vede un bambino come un numero e un genitore come una rottura di scatole…. ma che vuole aiutare quel genitore a prendersi cura al meglio di quel bambino. E dovete sapere che sbirciare le pagine Facebook può far nascere delle belle amicizie, può farci capire che una persona è più simile a noi di quanto non pensassimo solo per le cose che scrive. E che scrivere libera l’anima, o meglio, la alleggerisce. Onestamente, se faccio le cose solo per me stessa, non mi danno la stessa soddisfazione; se non posso condividere con qualcuno a cui tengo le cose che mi succedono, belle e brutte, mi sembra che mi manchi un pezzo. Se non posso ascoltare i miei amici e cercare di usare le mie esperienze per tirarne fuori un buon consiglio, mi sento inutile. Ecco che allora gli altri diventano fondamentali. E non è sempre bello, perché si viene feriti mille volte di più e si soffre parecchio la solitudine.

Chi si basta…beh, in parte è fortunato. Perché non avrà mai bisogno di niente e nessuno per essere più felice: ha tutto il suo mondo dentro sé, il resto sarà sempre in più. Se positivo meglio, se negativo se lo lascerà alle spalle senza troppi problemi. L’unica domanda è: riusciranno anche loro a vivere le cose con la stessa intensità?

Starving for love

Capita di avere nostalgia di cose piccole, magari da sempre date per scontate: un abbraccio, una carezza, un sms con  il buongiorno. Quando lasciamo che una persona entri a far parte della nostra vita non ci rendiamo pienamente conto di cosa questa scelta implichi, o almeno non del tutto: possiamo pensare al tempo che toglieremo agli amici, al fatto che dovremo (o meglio, dovremmo) essere fedeli, che da quel giorno e per tutta la durata di quella storia che tanto vogliamo, le labbra di quella persona saranno le uniche che baceremo. Addio vacanze sfrenate con i compagni dell’università, addio alla serata settimanale con le amiche…almeno nella maggior parte dei casi. E purtroppo, sempre nelle maggior parte dei casi, per quanto bene si possa pensare di valutare le conseguenze di una decisione, tutti questi piccoli risvolti che azzerano la nostra vita sociale passano in secondo piano. Perché? Perché chi dice che l’amore è come una droga ha schifosamente ragione: siamo assuefatti, proprio come in balia dell’effetto di qualche sostanza stupefacente; l’altra persona ci assorbe totalmente, ci lascia senza fiato, siamo talmente felici per ogni istante passato in due che tutto il resto non conta. Diamo tutto (o quasi) e riceviamo altrettanto (anche se nella maggior parte dei casi, diciamocelo, siamo solo dei poveri illusi: la bilancia penderà sempre da una parte piuttosto che dall’altra, non sarà mai perfettamente in equilibrio. 
Finché stiamo bene non ce ne accorgiamo nemmeno di quanto l’amore dia dipendenza, ci facciamo i conti nel momento in cui restiamo soli. Che sia per scelta, e allora è un po’ più facile, oppure no, improvvisamente ci troviamo SOLI. Se siamo così fortunati da avere accanto tanti veri amici allora per la maggior parte del tempo riusciamo a tenerci occupati, ma c’è un momento, un momento della giornata in cui tutti dobbiamo fare i conti con questa solitudine, quando scende il buio e tutta la luce della giornata, con i suoi buoni propositi, scompare. Allora ci si trova a casa, guardando il divano e ricordando, senza volerlo, quant’era bello stare sotto la coperta in due a guardare (o fare finta di guardare) un film. Torna in mente quel sorriso che ci faceva passare qualsiasi malinconia, quei baci che scaldavano ogni centimetro di pelle. E le risate. Chi non ha nostalgia delle risate? Perché in due si ride meglio, si ride di più, si ride anche di niente. 
Per non parlare del momento in cui è ora di andare a dormire e siamo più vulnerabili. Poteva essere vero amore oppure no, ma in quei momenti importava solo di avere qualcuno accanto, col suo profumo; quel profumo che ricorderemo per ogni storia che abbia contato qualcosa. Quel profumo che fa male se si sente per strada, se ci si accorge che qualcun’altro lo mette…quel profumo che fa contorcere lo stomaco. E in questi momenti ha poca importanza se il nostro ex (o la nostra ex) non fosse assolutamente la persona adatta a noi; ore e ore di ragionamenti, intuizioni brillanti e consapevolezze che ci hanno dato sollievo, facendoci capire che no, non poteva funzionare, che meritiamo di meglio, che la nostra vita adesso è più piena, diventano improvvisamente trasparenti, impalpabili. Le cerchiamo per avere un po’ di conforto e le sentiamo lontane, come una risposta di pura logica a un dolore che invece di logico non ha nulla, nemmeno il nome. Mal d’amore…amore con la lettera minuscola, perché non sto parlando del Vero Amore, badate bene. Sto parlando di quelle gioie e di quelle attenzioni, di quel contatto fisico, di quel calore che come persone in alcuni momenti ci serve e basta per stare bene. Sto parlando della certezza, almeno illusoria, di avere un punto fermo, una roccia, qualcuno di cui fidarsi davvero, da cui farsi vedere fragili senza paura. Una certezza che possiamo toccare, baciare, stringere, sentire parlare. 
E la notte, che dovrebbe servire per riposare, diventa uno strazio. Perché pagheremmo qualsiasi prezzo per ritrovare quelle sensazioni; allora c’è chi si getta su altri corpi, su altre labbra, nella speranza che possa bastare. Io credo che poi sia peggio di prima, che poi il vuoto si faccia ancora più grande, almeno per un po’. Può essere un meccanismo di difesa per non farsi trovare più vulnerabili…. peccato che più o meno in profondità vulnerabili lo siamo tutti quanti e prima o poi qualcuno si accorgerà di quanto ci hanno fatto male. C’è chi esce, cercando di tornare a casa il più tardi possibile per non sentire altro se non gli occhi che bruciano per le troppe ore passate senza dormire, in modo che il sonno diventi l’unica, facile soluzione. Chi scrive, chi fa progetti, chi cerca qualcun’altro a cui pensare. 
Non credo esistano soluzioni, oppure metodi più efficaci di altri, altrimenti qualcuno l’avrebbe già scoperto; siamo tutti diversi e ognuno può solo trovare la sua strada, il suo diversivo per non sentire questa fame d’amore. Per ricordare a se stesso che la notte fa sentire soli, è vero, ma che poi comunque ci aspetta un’altra giornata e non possiamo sapere cosa succederà. Magari sarà più difficile del giorno appena passato o invece, finalmente, la sera seguente ci sentiremo bene con noi stessi, nonostante l’assenza, anche senza amore-calore. In fondo, ogni droga dà crisi d’astinenza, ma non durano tutta la vita. E nemmeno tutte le notti. 

Tequila, sale e limone

Le persone cambiano, o forse no. Fino a qualche mese fa vi avrei detto di sì, senza il minimo dubbio, senza alcuna esitazione; adesso tutte queste certezze, questo ottimismo verso le persone iniziano a vacillare. E non perché qualcuno mi abbia fatto particolarmente male, o meglio, nonostante quello. Perché credo che l’unica persona che possiamo valutare al cento per cento, di cui possiamo arrivare a conoscere i cambiamenti più o meno profondi senza il rischio che sia solo una facciata, siamo noi stessi. Non so quanti di voi siano parte di quelle persone che pensano, pensano troppo…alcuni tra i miei migliori amici fanno parte di questa categoria e credo faccia parte anche questo dei motivi per cui il nostro rapporto è così profondo. Bene, per quanti di voi sono estranei a questa sorta di tortura cinese interiore, lasciatevi dire che siete FORTUNATI. Riuscite a far prevalere la ragione sul cuore, almeno in un buon 70% dei casi? Siete altrettanto fortunati. Se fate parte invece dei “pensatori ossessivi compulsivi”, come mi piace definirci, beh…avete tutta la mia comprensione.

Perché se è vero che il dolore ci plasma, che le esperienze che ci fanno soffrire sono quelle che ci fanno crescere, che siate pensatori ossessivo compulsivi o no, è altrettanto vero che se appartenete a questa categoria, più soffrirete più sentirete il desiderio di cambiare. Di lasciare un po’ la vostra grotta di profondità, emozioni a volte travolgenti (nel bene e nel male) per somigliare un po’ di più a quei turisti che passano le giornate in spiaggia potendo permettersi di non pensare nemmeno a quello che mangeranno per cena (tanto, c’è il buffet in hotel). Quindi qualcuno vi fa a pezzi? Bene, la prossima volta non mi farò coinvolgere così tanto. La prossima volta ci andrò con i piedi di piombo, da oggi in poi solo avventure. E magari i più fortunati di noi ci riescono pure. Altri invece, si ritrovano a fare un errore dietro l’altro, a cercare senza accorgersene, anche nella superficialità dei segni di profondità. O a trovarsi con l’occasione perfetta per evadere ma a non sapere come fare, troppo impacciati, troppo inesperti, troppo timorosi. Allo stesso modo si ricade negli stessi identici schemi, aggrappandosi a cose che sicuramente ci renderanno infelici ma che sono le uniche che desideriamo. E siamo sciocchi, sciocchi perché ne andiamo in cerca senza nemmeno riuscire a prenderle con leggerezza…che poi forse, sarebbe l’unico modo per goderne davvero.

Quindi nonostante tutte le esperienze, nonostante tutti i buoni propositi e nonostante tutti i cambiamenti che ci sono, perché sono innegabili, penso che una persona che sia profonda o troppo sensibile o paranoica resterà tale per sempre. Magari per quelli troppo superficiali una speranza c’è, speranza o rischio, perché a volte è difficile dire in che modo sia meglio guardare il mondo, se con la lente d’ingrandimento o con il cannocchiale da lontano. Però tornare indietro dalla grotta alla spiaggia è davvero difficile e l’unica cosa che si può cercare di fare è di trovare il giusto mezzo, quel punto d’equilibrio così fragile e prezioso che forse tutti, ma proprio tutti cerchiamo. C’è chi ci arriva per piccoli passi e chi invece deve passare da un estremo all’altro, come una pallina che rimbalza prima fortissimo e poi sempre più piano… l’importante è trovarlo questo equilibrio, in qualche modo. Vincendo un po’ la paura della sofferenza, che ci fa fare cose stupide, accettando che se il cuore non sente non c’è modo per la testa di comandare da sola e trovando qualcuno magari che ci prenda per mano e ci porti, di tanto in tanto, a ordinare una tequila sale e limone in più, anziché la solita, prudente acqua minerale.

Confiance

La Fiducia è qualcosa di forte, un concetto che meriterebbe un’intera pagina del dizionario e invece forse viene usata a sproposito…non importa in che lingua si parli, che tu dica Trust, Confiance, il significato è sempre lo stesso. E nella maggior parte dei casi è una parola che viene utilizzata in discorsi importanti: “hai tutta la mia fiducia” implica una grossa, grossissima responsabilità; “hai perso la mia fiducia” o “non mi fido degli uomini” fanno trasparire delle ferite che stanno ancora urlando di dolore. Perché in fondo, la fiducia complica i rapporti umani, ma li rende anche tali: possiamo definire “amica” una persona di cui non ci fidiamo?

E quando qualcuno tradisce la fiducia che abbiamo riposto in lui, è come se quest’individuo avesse preso tutto quello che c’è stato fino a quel momento e l’avesse distrutto, dilaniato, mandato in frantumi come un grosso specchio di cristallo che viene lanciato dal quarto piano. Ci sono frammenti ovunque…e, se quello specchio siamo noi, non c’è lavoro più difficile che rimetterci insieme. Sia perché i pezzi tagliano, ci fanno male ogni volta che proviamo anche solo a ritrovare un’ordine, come se ogni gesto, ogni persona, ci ricordasse il momento in cui ci hanno presi e scagliati sull’asfalto senza tanti problemi, sia perché dei pezzi di vetro rimessi assieme non ci daranno mai più l’immagine nitida che c’era prima, resteremo sempre vagamente deformati, con le cicatrici formate dai bordi dei vari frammenti ricomposti a ricordarci quanto siamo stati sciocchi a fidarci così fortemente di qualcuno. Un promemoria sempre presente di quello che assolutamente NON deve ricapitare, di quello che non possiamo più permettere a nessun’altro di farci.

Quando qualcuno fa un tentativo, magari assolutamente innocente, di trovarsi un posto nel nostro cuore, lo respingiamo, pensando che l’unica persona di cui possiamo fidarci davvero siamo noi stessi. Onestamente? Non sono poi così sicura nemmeno di questo: perché la mente e soprattutto il cuore umano sono ingannevoli, a volte si fanno delle lotte terribili e non sempre è la razionalità ad avere la meglio. Ci si trova lì, feriti, amareggiati, eppure con ancora un bisogno estremo che qualcuno ci faccia cambiare idea, che ci dimostri una volta per tutte che ci sono persone diverse, che non tutti vogliono solo usarci per un po’ e poi gettarci via come un giocattolo vecchio. E di nuovo a terra, ci chiniamo a raccogliere qualche nuovo pezzo…magari stavolta non siamo andati in frantumi del tutto, ci hanno rotto uno spigolo, un angolo, ci hanno lanciato addosso un sassolino. Ma nuove cicatrici si aggiungono a quelle vecchie, rendendoci un intricato labirinto di ferite.

Ma nonostante tutto ci sono persone, un po’ sciocche, che non perdono la fiducia nell’intero genere umano, o in tutti gli uomini, o in tutte le donne, in tutti i padri. Perché in fondo, è possibile che siamo gli unici a essere stati ridotti in brandelli? E’ possibile che non ci sia davvero nessun altro che ha sofferto quanto noi, le cui cicatrici sono diverse, certo, ma comunque ci sono? Qualcuno dovrà pur imparare dal dolore, dopo essersi ricomposto una o più volte, che gli specchi non vanno lanciati giù dalla finestra. Quindi sì, apro questo blog con l’assurda affermazione di credere ancora che ci siano persone degne di fiducia, là fuori. Alcune le conosco già, altre spero di incontrarle per cercare di convincerle che in fondo, non siamo tutti cattivi… e tra le persone cattive ci sono quelle che lo sono perché è nella loro natura e altre che lo diventano come meccanismo di difesa.

Nessuno ci darà mai la garanzia che le persone di cui ci fidiamo non ci faranno del male…possiamo isolarci. In senso letterale, facendo gli eremiti, o in maniera più sottile, vivendo tutto con superficialità. Oppure possiamo essere chiari, sempre. E pretendere chiarezza. Non è sufficiente ad essere sicuri di non finire in pezzi di nuovo, ma in fondo se siamo riusciti a mettere insieme i pezzi una volta, ce la faremo di nuovo, magari con l’aiuto di quelle poche persone per le quali ci sentiamo disposti a correre questo folle rischio chiamato fiducia.