Onde – Scl70 e l’esofago

Il mio esofago non sta bene. Vederlo nero su bianco è strano, mi sembra di scrivere di qualcun’altro. E’ difficile studiare medicina ed essere paziente allo stesso tempo, è come stare allo stesso tempo da una parte e dall’altra di una barricata, si finisce per fare una grande confusione e si resta vittime di entrambe le parti. Non so chi legga questo blog e a volte mi chiedo se sia sbagliato parlare così apertamente di una malattia, ma allo stesso tempo è l’unica cosa che mi dia davvero sollievo. Scrivere, lasciare che i pensieri fluiscano sulla tastiera senza timore, almeno finché scrivo. Poi inizio a pensare in quanti possono giudicare le mie emozioni, il mio riflettere troppo sulle relazioni, sui rapporti umani, sul niente a volte… giungo alla conclusione che non mi importa, perché è una parte di me di cui non voglio privarmi e che mi aiuta in momenti in cui non saprei come affrontare il gomitolo di pensieri nella mia testa. Per la sclerodermia però è diverso, perché a volte ho paura del fatto che la gente lo sappia. Ho paura degli sguardi sulle mie dita viola, ho paura della compassione. Convivo con una malattia che a quanto pare non è così silenziosa come sembra, ma non riesco e non voglio definirmi malata: lo sono, ma se inizio a vedermi da una sola parte del muro non riuscirei più a studiare, a uscire con un ragazzo. Chi si accollerebbe una malata cronica che può peggiorare da un momento all’altro? Chi si metterebbe in una relazione con una ragazza già complicata di suo, che in più ha anche una malattia dal nome strano che evolve?

Faccio fatica, tanta. In questi giorni in alcuni momenti mi sembra di affogare. Vedo nella mia testa gli esami, la tesi, i progetti che sto cercando di portare avanti e la malattia. Come un’onda che arriva e sommerge tutto, come un’onda che si somma in maniera esponenziale a tutto quello che già è difficile. E affogo. Poi passa, ma è come se non riuscissi davvero mai del tutto a mettermi al riparo a riva. Magari trovo uno scoglio temporaneo, per qualche ora del giorno, ma poi arriva un’altra ondata. Non ho un salvagente, non ho nemmeno una zattera, figuriamoci una barca. E per quanto mi costi ammetterlo, a volte non riesco ad essere forte. Vorrei solo sentirmi al sicuro, sotto coperta. O sulla spiaggia, lontano dalle onde, solo per un po’. Vorrei tanti abbracci. Di quelli così stretti che ti sembra di scomparirci dentro… così sinceri che ti sembra di scomparirci dentro.

E mi piacerebbe avere una “mia” persona. Magari non la troverò mai, magari va bene così, ma ci sono momenti in cui non è vero. Non va bene. A volte mi sembra che alle persone non importi. Di dimostrarmi che ci tengono. Nella maggior parte dei casi va bene, ma a volte vorrei che qualcuno vedesse oltre… che si capisse che ho bisogno di un sorriso, una chiacchierata, un’arrampicata, un caffé, cinque o sei abbracci, un film sul divano.

Poi passa. Passano sempre le onde. Finché non ne arriva un’altra faccio tutto quello che non riesco a fare in apnea, o almeno ci provo. Però io lo sogno ancora, il mare calmo.

In evidenza

“Falling”

A volte andiamo contro ogni logica, sapendo che quasi sicuramente ci schianteremo contro un muro. Lo facciamo non badando a nessun consiglio, a nessun avvertimento, voltandoci per non vedere lo sguardo preoccupato di chi ci vuole bene e ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. A volte rischiamo, puntiamo tutto sul numero sbagliato, sul cavallo che quasi al 100% arriverà ultimo. QUASI. Quel quasi implica una speranza, una convinzione che qualcosa andrà diversamente rispetto alle aspettative.

A volte ci buttiamo dal dirupo, con una paura folle di farci del male e allo stesso tempo una strana vocina in fondo allo stomaco che ci dice di saltare, perché stavolta sarà diverso. Quella voce può essere uno sguardo, una parola, una mano stretta in un momento inaspettato. E così chiudiamo gli occhi. Facciamo un respiro profondo. E dopo i primi passi incerti prendiamo la rincorsa, per farci abbracciare con convinzione dal vuoto, sperando che dopo quella caduta spaventosa non ci siano gli scogli ma un enorme materasso, la rete elastica in cui abbiamo creduto ciecamente.

La gente pensa che solo perché ti sei lanciato giù da una scogliera poi non dovresti lamentarti se le ossa si rompono lasciandoti paralizzato in posizioni innaturali. Se i muscoli sono dilaniati da ferite profonde quanto il tuo corpo, se ogni centimetro di pelle è attraversato da frammenti di roccia taglienti come coltelli. La gente dovrebbe capire che nessuno si lancia nel vuoto se non è davvero convinto che quella rete elastica, stavolta, sarà lì. Nessuno, per quanto con tendenze autolesionistiche, è così stupido.

Semplicemente a volte ci sbagliamo e certi sbagli ci costano più di altri. Siamo esseri umani, schifosamente imperfetti e a volte banalmente innamorati del bene. E vedere le potenzialità di un giardino in quello che in realtà è solo un germoglio in mezzo a un grande, sterminato deserto, non dovrebbe essere una scusa per un “ah ma te la sei cercata”.

Perché non si dà mai tutti se stessi a qualcuno con leggerezza. Entrare nella vita di qualcuno, condividerne i problemi, esserci quando tutti i presunti “amici” sono scomparsi, quando c’è la parte più marcia e farsi sporcare dal fango per tirare fuori qualcuno, non è facile. Specie se si è già stati ridotti in mille pezzi altre volte, per lo stesso motivo. Volere DAVVERO bene a qualcuno, vedere le prospettive per qualcosa di migliore, non è un salto che si fa alla leggera. Ignorare le voci, i consigli, le paure perché si vede qualcosa di meraviglioso in qualcuno, non è un gioco. E quando questo qualcuno ci fa bruciare fino a ridurci in cenere, sentire ogni centimetro di anima in pezzi talmente piccoli da non sapere come rimetterli assieme non è più facile solo perché era prevedibile.

Fa ancora più male perché ci abbiamo creduto davvero, di fare qualcosa di speciale. E di essere almeno in parte ricambiati. Dare il massimo e più a qualcuno ed essere poi messi da parte per una novità, toglie il fiato. Fa male da non respirare. Ti fa perdere l’energia, la voglia, le speranze. Soffrire e pensare di meritare di essere capiti non vuol dire non assumersi la responsabilità di aver corso un rischio un po’ assurdo. Ma solo riconoscere di essersi sbagliati a un prezzo bello alto. E che davvero “se la testa non la si perde in due non è amore, è un’esecuzione”.

Disonestà

A volte ricado negli stessi schemi. Cerco persone che non vogliono essere cercate, per quanto a parole possano dire il contrario. Mi lascio ammaliare dalla luce nascosta, da quelle qualità che riesco a vedere dietro i muri, i silenzi, le insicurezze. Forse vedo io più luce in loro di quanta non ne vedano loro stessi.

Ma non possiamo obbligare qualcuno alla presenza, alla coerenza o anche solo al rispetto di dire le cose come stanno. Sorrideremo, pensando a quella volta in cui hanno detto ” per qualsiasi cosa ci sarò”, sottolineando pure che non lo dicevano per obbligo.

Io stessa so di essere, in questo periodo della mia vita, un’amica terribile per alcune persone. Lo ammetto, non ci riesco. Mi sento sopraffatta da tante cose, non ho più energie. Spero di ritrovarle e spero che per allora queste persone mi perdoneranno.

A volte è più rispettoso dire un “no”, che lasciare qualcuno nell’oblio del silenzio, ad aspettare per sempre un messaggio, una chiamata, una risposta, che non arriverà mai. Sono sicuramente una delusione per delle persone, così come altre lo sono per me.

E mi rattrista molto questa incapacità generale di parlare, di comunicare guardandosi negli occhi.

Non riesco a starti vicina, adesso…. però ti voglio bene. Non mi interessa essere tuo amico. Non mi va di parlare con te di come sto. Lasciami stare.

Invece ci sono sempre più silenzi. Che rimbombano di congetture, di paure. Di inadeguatezze.

Genitore è chi il genitore fa

Non sono una di quelle convinta che il genere maschile sia uno schifo, non mi piace generalizzare. Certo, nei momenti di sconforto un “gli uomini sono tutti uguali” scappa anche a me, ma è più uno sfogo che un reale pensiero.

Eppure il genere maschile mi ha delusa fin da quando ero in fasce e continua a farlo. Credo siano fortunate le persone che crescono con due genitori presenti. Non è che il maschile e il femminile siano per forza necessari, l’amore è amore, gli insegnamenti vanno oltre il genere, l’educazione pure. Nel momento in cui una di queste due figure è negativa però, può fare danni in ambiti che neanche si immaginano. Crescendo una bambina capisce che non tutti gli uomini sono come suo padre, il che in molti casi è una delusione, per quelle fortunate che vedono papà come il re del loro castello. Per me è stato un sollievo. Lo è ancora, quando i miei amici mi trattano con rispetto, quando esco con un ragazzo interessato a sapere cose di me e non concentrato solo su se stesso. Lo è quando conosco giovani papà che amano i loro figli oltre ogni cosa e hanno la maturità per farli crescere sicuri delle loro possibilità, con delle regole e che sono per i loro bambini un punto di sicurezza. Un porto sicuro. Io quel porto ce l’ho e si chiama mamma, ho la fortuna di avere come esempio una donna in grado di essere madre, padre, che mi ha fatta crescere con dei valori, con educazione, che mi ha sempre spiegato le cose. Quasi tutte, anche quelle difficili. È la persona che amo e rispetto di più al mondo, purtroppo quelle nubi dell’uomo che costituisce l’altra metà del mio corredo genetico hanno turbato e fatto soffrire anche lei per troppo tempo, prima e più di me.

Ho voluto molto bene a mio padre, specie da piccola. C’erano anche momenti felici, come qualche viaggio in macchina, qualche momento in vacanza. Credo abbia giocato con me con le costruzioni dello zoo, a volte. Purtroppo sulla bilancia la sua luce pesa troppo poco, più crescevo più ne ero spaventata, meno lo capivo.

A 27 anni sto cercando il mio equilibrio col mondo maschile, tra analogie e differenze rispetto all’unico “maschio” di gran parte della mia vita. Cammino lontana da lui, chiudendo tutto in un cassetto e piano piano la rabbia, la delusione e tutte le cose più brutte iniziano a sedimentare. Finché non fa qualcosa. Qualcosa di stupido, di infantile, di ridicolo, di stronzo. Per attirare l’attenzione, per prendere posizioni che fanno acqua da tutte le parti. Lì inciampo. Mi fa arrabbiare, tornano i ricordi e il risentimento per avermi messa al mondo e non aver saputo essere un genitore. Poi mi alzo subito, mi scuoto via la polvere dalle ginocchia e continuo sulla mia strada. Sempre più sicura di una cosa: parafrasando Forrest Gump “genitore è chi il genitore fa”.

“Flusso di coscienza”

Dovrei essere ad una festa tra un’ora. Passare la piastra sui capelli, mettere un vestito carino, un filo di rossetto ed andare a festeggiare. Invece piango da tutto il pomeriggio. In maniera inconsolabile. A fiotti. Tipo quegli acquazzoni che non ti aspetti: un attimo prima c’è solo un leggero grigiore e due secondi dopo sbam, viene giù il cielo. Mi hanno detto che sono coraggiosa a scrivere quello che provo. A farlo leggere agli altri. Io credo di essere solo umana e di mostrare la parte più umana di me attraverso le parole. Come piango io, piangono tutti. Come sono sfiduciata io verso la vita, a volte lo sono tutti. Con problemi diversi, con modi di reagire e sfogare le frustrazioni diversi dai miei, ma siamo tutti umani. Solo che la maggior parte delle persone piange in silenzio. Prende a calci la macchinetta che non dà il resto senza scriverlo. Perché non ha necessità di scrivere… magari disegna. Fa sport tutti i giorni. Suona. Canta. Magari semplicemente piange chiusa in un bagno.

Beh io oggi ho pianto e continuerei tutta la notte, lo so. Perché mi hanno tolto qualcosa, questa settimana. L’unico progetto che avessi mai sentito davvero mio, qualcosa che in una carriera universitaria avvilente mi dava la speranza di un raggio di sole. Non è solo quello e lo so anch’io. E’ la preoccupazione di fondo per la mia salute che non mi molla un attimo. E’ aver dovuto sorridere e ingoiare il senso di inadeguatezza che ti mette addosso l’ennesimo professore perché il tuo 27 per lui non ti renderà mai un buon medico. E’ lo specializzando di suddetto professore, che per seguirne le orme inizia a sparare giudizi sul fatto che in un click sarò medico e devo essere più decisa. E lo sarò, se mi sarà data la possibilità di non essere giudicata anche per la piega delle mie ciglia.

E’ la delusione di aver riposto, di nuovo, la fiducia in una persona sbagliata. Però stavolta non accetto di pensare di aver avuto aspettative sbagliate. Lasciatevi dire che le aspettative ce le creiamo noi ma sulla base del comportamento degli altri. Sì perché se tu per un mese mi porti un biscotto ogni mattina, il trentaduesimo giorno io mi aspetterò quel biscotto. E se scompari senza lasciare nemmeno un biglietto o inizi a portare i biscotti a qualcun’altro senza che io abbia fatto nulla di sbagliato o di inadeguato per farti cambiare idea, non ho un problema io, ce l’hai tu. E questa cosa che la coerenza andrebbe praticata e la sua mancanza spiegata, le persone dovrebbero capirlo.

E a tutte quelle persone che avevano promesso di esserci, di esserci sempre e poi sono sparite vorrei chiedere: dove cazzo siete finite? E a quelle che solo avevano fatto coerentemente capire di tenerci e sono sparite, vorrei dire: capitevi. Prima voi e poi fate capire agli altri, perché sto venendo troppe persone trattate male, lo sto sperimentando sulla mia pelle e lo vedo sulla pelle di persone a cui voglio bene. Dopo aver letto il mio blog una persona mi ha detto ” Credo di non avere la mia persona. Ci ho pensato e credo di non averla”. Ho una notizia per te: quasi nessuno ce l’ha. Sarebbe bello, come scrissi in quell’articolo, ma la verità è che le delusioni e le sparizioni battono a man bassa le persone che potrebbero vagamente diventare “la tua” persona. Io credo che però non si possa avere una “propria” persona se prima non si diventa la persona di se stessi. Non ci si capisce e non si impara ad esprimere quello che si sente.

Sono arrabbiata e si capisce, perché non si capisce nulla di quello che sto scrivendo. “Sono un flusso di coscienza”, ha detto un tizio incontrato in una serata strana. Io adesso mi sento molto come un flusso di coscienza che non sa se piangere, vomitare o spaccare qualcosa in testa a qualcuno. Ma non farò nulla di tutto ciò. Mi metterò un bello strato di fondotinta per coprire le occhiaie e il rossetto. Andrò a quella festa. Come se niente fosse, come se per una sera tutte queste delusioni non importassero. Le lascerò chiuse dentro, nemmeno troppo in profondità e farò finta di non dare loro peso. Perché la felicità degli altri è importante e magari può essere contagiosa almeno un po’. E dare spazio alla felicità è un buon metodo per mandare a farsi fottere tutte le delusioni, almeno per qualche ora.

La vita dello studente ansioso

Se c’è una cosa che ho imparato da questi tanti (troppi) anni di medicina è che per una persona ansiosa il giorno prima di un esame è sempre uguale. Non importa che tu abbia studiato tre mesi o due settimane, il giorno prima di un esame il tuo cervello va in tilt. Inizia a remare in un fiume fatto di fluidi corporei dall’odore sgradevole e a lanciare segnali di paura imminente. Tu non sai un emerito cazzo. Le giornate in cui eri quasi soddisfatto di quello che avevi imparato, quelle in cui ti sembrava di aver memorizzato persino quella classificazione con dieci punti e diciotto sottopunti sono spariti. Annegati nella cacca più profonda. Davanti ai tuoi occhi c’è il bianco, vuoto assoluto, o forse è meglio dire il nero assoluto.

E lei, la stronza che non ti lascia stare, è lì in agguato che non aspetta altro che un po’ di cagotto di cui nutrirsi. L’ansia ti abbraccia, come a dirti che lei c’è, non ti lascia solo. Tra un tentativo di remare e l’altro, lei sorride nella penombra. I suoi denti aguzzi brillano, pronti a darti il Bacio del Dissennatore, a far affondare la barca, a completare la sua missione di disturbo già iniziata nelle settimane prima dell’esame. Ma se in quel frangente erano più missioni di ricognizione, spot passeggeri, attacchi un po’ alla cieca, il giorno prima dell’esame ti fotte proprio. Ti lascia nel marciume fino al collo. Pure con le persone poco ansiose di natura ci prova eh, ma loro sono un osso più duro, non la sanno riconoscere bene… o meglio, sono sempre riusciti a non farsi mangiare.

Quando invece sei già stato nella sua pancia tante volte, in attesa di riuscire a uscirne come ha fatto Cappuccetto Rosso col lupo, beh parti già con la fifa. Perché sai che è un mostro di quelli stronzi, subdoli.

Eppure. Eppure in tanti anni ho imparato, o meglio, sto imparando, che il cervello umano è la macchina più potente del mondo. Non perfetta, ma con potenzialità inimmaginabili… e che quindi, da qualche parte, ci sono tutta la forza e soprattutto le informazioni che servono. E che spesso al momento giusto con un atto eroico riemergono, spingendo l’ansia giù dalla barca.

Che poi l’esame vada bene o male, quello non si sa. Ci sono fattori in gioco quali il famoso Culo, argomenti saltati per problemi di timing e pure lei, l’ansia, che riesce a prendersi qualche brandello di vittoria a volte. Ma il cervello può. Il cervello sa. Non resta che sperare che veda e provveda ( e risponda) al momento giusto.