Heaven out of Hell

C’è una canzone di Elisa che amo particolarmente, Heaven out of Hell. Mi ha sempre fatta pensare a qualcuno che vive nelle sabbie mobili senza rendersene conto, faticando per ogni centimetro di movimento, faticando a respirare con quel peso enorme che gli opprime il petto. E mi chiedo quante siano le persone che vorrebbero cambiare la loro condizione ma non hanno la forza di farlo. Forse tutti, in certi aspetti della nostra vita, siamo bloccati. Nell’insoddisfazione, nell’incapacità, nel desiderio di qualcosa di meglio. Senza però muovere un muscolo per fare la differenza. Tutti ce ne stiamo lì, a vivere a metà, pensando che sì, un giorno faremo quello sforzo, che prima o poi troveremo qualcosa che ci darà la spinta giusta per uscire da una situazione, riuscire in un progetto, riallacciare una relazione.

So are you turning around your mind?
Do you think the sun won’t shine this time?
Are you breathing only half of the air?
Are you giving only half of a chance?

Parole come sassi. Le ascolto e mi vengono in mente mille momenti, tanti visi, tanti occhi. Tanti “non ce la faccio, ma da domani ci proverò…” sussurrati. A me, o da me. Ci sono situazioni più o meno difficili, sabbie mobili più o meno profonde, ma il succo non cambia: per cambiare, bisogna faticare. Sono poche le persone che possono vivere nella bambagia, che crescono viziate e coccolate, raccomandate, che avranno sempre tutto facile. E onestamente penso che, talvolta, questa gente si trovi in condizioni di infelicità peggiore di quella di molte altre persone. Perché non è abituata a lottare, non sa come affrontare le sfide che comunque prima o poi la vita ti mette davanti.

Are you locked up in you  counting the days?
Oh how long until you have your freedom?
your freedom..

Libertà. Una parola troppo spesso abusata, collegata solo a grandi imprese, a storiche battaglie. Libertà che invece non ci rendiamo conto di non avere nelle piccole cose. Libertà da una dipendenza. Il fumo. Il sesso. L’incapacità di stare soli, dipendenza dagli altri. Da Internet. Dal cellulare.

Ma forse già parlare di libertà va oltre quello che volevo dire. Perché non è la libertà il punto… forse sono le rinunce il punto. Quello che amiamo nonostante ci stia uccidendo lentamente. Quello che accettiamo perché sì, perché magari è così da molto tempo, da sempre. I limiti che ci riconosciamo come scusa per non fare uno sforzo. “Sono così, non posso cambiare”. “Non ho una forza di volontà abbastanza grande, so già che non ce la farei”. Ci adagiamo sulle nostre debolezze, magari perché in realtà non abbiamo raggiunto il fondo, non abbiamo ancora capito quanto male ci fa la nostra incapacità di reagire, di uscire da quella pazzia che ci fa correre in cerchio, continuamente e senza nessun risultato.

Are you still turning around the same things?
Are you still trying that way?
Are you still praying the same prayers?
Are you still waiting for that same day to come?

Il cambiamento deve venire da dentro, deve scattare qualcosa in noi e spesso non possiamo razionalmente decidere il momento in cui questo avviene, è vero. Ma possiamo diventare consapevoli di quello che stiamo facendo a noi stessi, alla nostra vita, troppo spesso per stupida pigrizia. Oppure, nelle situazioni più delicate, perché davvero siamo convinti che non riusciremo ad uscirne; o al contrario, di poterne uscire quando vogliamo, cosa che si rivela una bugia prima di tutto verso noi stessi. E nel profondo lo sappiamo bene. Nessuno viene a salvarci, questo è assodato. A salvarci, a darci l’energia che serve, a tirarci fuori dalle sabbie mobili con una corda, dicendoci che basta stare fermi. Non è così che funziona, né funzionerà mai. Eppure gli altri possono fare la differenza. Accettare di aver bisogno di aiuto è il passo che molti non riescono a fare, ma senza il quale tante cose non sono oggettivamente possibili. Perché manca la consapevolezza. Di un problema. E che tutti abbiamo bisogno di un qualche tipo di aiuto, non siamo eremiti, non siamo supereroi… anche se per trovare la forza di fare un passo davanti all’altro ci dobbiamo avvicinare parecchio. Avere accanto qualcuno pronto a sostenerci se cadiamo non vuol dire delegare a qualcun’altro la nostra fatica, ma solo riconoscere che sì, qualche volta inciamperemo negli stessi errori. Perché siamo terribilmente umani, imperfetti, spesso deboli. Possiamo aver bisogno anche solo di conforto, di sentirci apprezzati, di qualcuno che riconosca i nostri sforzi. Di persone che ci tengano fuori dai soliti schemi, dai nostri mulini a vento che continuiamo a combattere… di qualcuno che ci dica “Ehi, è un mulino a vento, smettila di sprecare energia. Non lo sconfiggerai mai, non è quello il mostro che devi affrontare”. 

Climbing the same mountain you’re not getting higher,
you’re running after yourself, you can’t let go
hiding in that place you don’t wanna be
you push happiness so far away
but it comes back.

Persone che, banalmente, credano in noi, nella nostra forza di volontà. Sta a noi scegliere il cambiamento, toglierci di dosso il fango che ricopre anche solo un piccolo angolo della nostra vita. E sì, venire fuori dal nostro personale inferno. Ma anche Dante non ha mica fatto il viaggio tutto da solo, c’era sempre Virgilio con lui. E se è vero che non si può aiutare chi non vuole essere aiutato, è altrettanto vero che accettare una mano tesa può illuminare una strada prima buia, dandoci il coraggio di fare i passi più difficili. 

So, make heaven out of hell. 

Let you go

Nuvole Bianche

Quando siamo piccoli cercano di proteggerci dalla perdita. Se muore il pesce rosso, ci dicono che è scappato verso il mare. Il nonno vola in cielo, il gatto scappa ma per noi ha trovato la micina con cui costruire una famiglia. Cercano di proteggerci dalla perdita, ci asciugano le lacrime, ci danno la versione migliore delle cose perché questo è quello che meritano, o meriterebbero, i bambini. Di vivere i primi anni della loro vita senza pensieri più grandi o complicati di scegliere se giocare ai Gormiti o ai Pokemon. I più piccoli vengono visti come qualcosa di indifeso, da proteggere e per molti aspetti è vero. In realtà in troppi casi, i piccoli non sono protetti abbastanza e spesso non per cattiveria, solo per una serie di debolezze, problemi da affrontare, difficoltà in cui gli adulti si trovano e per primi non sanno come reagire.

Prima o poi però ci troviamo a dover affrontare una perdita, fisica o emotiva che sia. E spesso, troppo spesso, siamo ancora troppo piccoli per meritarlo. Una porta sbattuta in faccia, una frase fin troppo comprensibile. Una minaccia, magari ripetuta mille e mille volte. C’è chi si trova a dover fronteggiare una perdita quando ormai non può fare niente per evitarla e chi è costretto a vivere sul ciglio del burrone in continuazione.

“Non andare. Non sparire.” La porta che sbatte e che lascia solo incertezze. Il ciglio del burrone si fa sempre più scivoloso. Non sappiamo dove guardare per trovare un appiglio, un porto sicuro in cui rifugiarci.

Oppure il vuoto. Stanze in cui tutto è uguale ma privo di vita, col vuoto lasciato da chi ci ha lasciato che pesa più di un macigno. Tutto uguale ma tutto diverso, insostenibile.

Dobbiamo imparare ad affrontare la perdita, ma c’è chi non impara mai davvero. C’è chi non accetta l’idea della perdita e non riesce a lasciar andare. Niente e nessuno, mai. Si aggrappa a quello che sembra sfuggire sfidando ogni tempo e ogni logica, mettendoci ogni energia che possiede, senza chiedersi nemmeno se ne valga davvero la pena. Perché quella porta non può chiudersi di nuovo, perché forse non abbiamo fatto abbastanza. Convinti, nel profondo, che tutto dipenda da noi, che se esiste la perdita, quel senso di vuoto, sia un po’ colpa nostra.

C’è chi ci prova troppo, chi fa l’impossibile, pronto a lottare anche contro la morte se serve. Se vede una possibilità. E le persone così vedono sempre una possibilità, non riescono a considerare qualcosa o qualcuno una causa persa… come qualcuno ha fatto invece con loro. Chi li ha lasciati forse non ci ha tenuto abbastanza… e mai e poi mai farebbero lo stesso errore. Danno l’amore che non hanno mai ricevuto. La sicurezza che loro per primi ricercano. Sembrano persone buone, forse un po’ assillanti. E quasi nessuno si spinge abbastanza in profondità da vedere quanto invece siano vulnerabili, dietro tutta quella forza mascherata da gentilezza. Si piegano, superano cose che li spaventano a morte, non ti lasciano affondare se glielo permetti. Perché sanno. Perché hanno sperimentato sulla loro pelle che dal buio una via d’uscita c’è, anche se a volte non è facile da trovare. E vogliono mani che li stringano, vogliono presenze. Danno certezze e sicurezze che nemmeno loro hanno per loro stessi, ma vedono negli altri le possibilità; di non provare il vuoto che è toccato a loro, di un’alternativa. Un altruismo egoista, per tentare con ogni briciola del loro corpo, della loro mente, di non essere costretti a sopportare un altro addio. Detto o non detto, troppo spesso silenzioso.

Un’altra sparizione, un’altra delusione. Anche quando forse sono solo energie sprecate, perché bisogna accettare che non tutti vogliono restare. Anche quando ne hanno le possibilità, devono fare i conti con l’amara verità: le persone che ci lasciano ci saranno sempre. La perdita fa parte della vita, ne è una tappa imprescindibile. Prima o poi dovranno accettarlo anche questi disperati angeli custodi. Dovranno fare i conti col fatto che no, non dipende tutto da loro. A volte il nostro tutto non basta. O non è quello che serve. Dobbiamo prendere quelle mani che stringiamo forte e lasciarle scivolare via. Staccarci da quegli abbracci convulsi, nei quali vorremmo tenere a un millimetro da noi non solo un corpo, ma anche e soprattutto un’anima. Mollare la presa, anche se toglie il fiato.

Accettare la perdita e lasciare andare.

Occhi

Dicono che gli occhi di una persona siano lo specchio dell’anima, ma in realtà non ci troverete sempre la verità dentro. C’è chi sa mentire bene anche con gli occhi, soprattutto con quelli. Ti ci perdi dentro e ci anneghi, pensando che l’acqua che vedi sia vera, che quelle onde siano pronte ad abbracciarti e a portarti via. E prima che tu te ne accorga ti ritrovi arenata sulla spiaggia, sbattuta malamente su uno scoglio, con le ginocchia sanguinanti e i polmoni che bruciano per l’acqua salata andata di traverso.

C’è chi mente con gli occhi ma non col sorriso. O almeno, mi piace credere che un sorriso che spunta di rado possa essere una breccia in quel muro scintillante di maschere e bugie, che sembra invalicabile. La maggior parte della gente fa il contrario, finge sorrisi più o meno convincenti, talvolta quasi impeccabili… e in quei casi la debolezza la scorgi nello sguardo. In un momento, quando magari credono che nessuno stia guardando o quando semplicemente abbassano la guardia.
Ma le persone che ti fregano sono quelle che con lo sguardo ci sanno giocare, come un ragno con la sua tela. Un oceano di calma apparente, una foresta che sembra ospitare una radura accogliente. Ti rigirano come un calzino, se ti lasci abbindolare. E loro lo sanno, lo sanno benissimo.
Eppure… poi ti sorridono e fanno tentennare le tue certezze di meschinità e menefreghismo. Vedi spuntare un’espressione buffa e quasi involontaria e niente, non ce la fai proprio a pensare che anche quella sia costruita. È un qualcosa di talmente genuino e inaspettato che ci metteresti la mano sul fuoco. Sul fatto che in quel preciso momento stanno bene davvero. Che vogliono stare lì dove stanno. Che per qualche secondo, a volte minuti, tutte le tempeste sono state risucchiate da una bottiglia, chiusa con un tappo ermetico, e messe su una mensola. E che finché la tempesta non scalcerà così forte da liberarsi, o non arriverà qualche fottuto egoista o un istinto masochista irrefrenabile a liberarla, la tempesta non darà alcun fastidio.
Se ascolti bene puoi sentire ancora il rumore dei tuoni, basta avvicinare l’orecchio alla bottiglia. Come un cuore che batte, come una tigre in gabbia. Il vento, le onde, la pioggia incessante. E fuori è pace, per un po’. Per la durata di un sorriso, magari di due. La durata di una battuta, di uno sguardo, di mani che si cercano, cercano qualcosa a cui aggrapparsi, un respiro a cui sincronizzarsi. Labbra da mangiare. Il sorriso che diventa malizioso. Ma sempre vero, solo più furbo, perché sa esattamente cosa vuole.
Poi però passa tutto. Gli occhi tornano l’unico specchio dell’anima, con le loro bugie. Occhi pigri, quasi annoiati, che vorrebbero qualcosa che non possono avere. E che fa solo del male, ma forse per questo è ancora più desiderabile. Quel dolce dolore della tortura psicologica, una droga che cancella le possibilità con una tale sensualità da non far nemmeno accorgere a quegli occhi che si stanno spegnendo, persi in chissà quale illusione. Veleno scambiato per miele. Il sorriso, quello vero, non c’è più. La noia lascia il posto alla malinconia, a una ricerca di qualcosa di indefinito. Basta un soffio di vento che fa cadere la bottiglia e bam. La tempesta è di nuovo lì. E se quel sorriso non fa uno sforzo per spuntare, tu puoi solo lasciarlo andare a fondo.

La cosa peggiore però, sono gli occhi spenti. Occhi belli come poche cose al mondo, occhi che hanno sempre sorriso. Occhi come il carbone incandescente, ai quali non serve avere il colore del cielo per essere belli. Li vedi sempre più simili a resti di brace, quando ha smesso di bruciare, senza che tu possa fare nulla per ravvivare quella fiamma. Occhi nudi, occhi che non mentono…e anche se mentissero poco importerebbe. Perché abbiamo tutti quelle persone che potrebbero raccontarci anche la balla più grande della terra senza che nulla di quello che proviamo per loro cambi. A volte diamo questo potere a troppi, dovremmo limitarci a lasciarlo a chi lo merita davvero.
E per far tornare a brillare occhi così daresti la vita, se servisse a qualcosa. Ma non serve, nulla sembra funzionare. Te ne stai lì, tra occhi spenti e tempeste, in attesa che qualcosa cambi. Che qualcuno accetti un po’ di bene. Cercando di creare qualcosa di così meraviglioso da far tornare quegli occhi a vivere e quel sorriso a spuntare. Anche se fallirai, come già hai fallito molte volte… ci provi perché è l’unica cosa che puoi fare.