C’è chi si basta…e chi no

“Ci sono persone che si bastano da sole e altre che invece hanno bisogno degli altri per vivere”. Incredibilmente sentire una frase del genere ad un programma di basso livello alla televisione può davvero far riflettere, perché è una verità così scontata, così banale, che spesso non pensiamo a quanto sia importante e soprattutto a quanta differenza faccia nei rapporti appartenere all’una o all’altra categoria.

Ho spesso letto, o sentito dire che bisogna trovare la felicità in se stessi, perché siamo l’unica persona che non ci tradirà mai, o comunque l’unica che resterà sempre. Tutti gli altri sono di passaggio, tutti gli altri sono imprevedibili. Almeno la famiglia dovrebbe essere un punto fermo, ma onestamente sapete cosa credo? Che se avete una famiglia, dei parenti che vi amano davvero, allora siete davvero fortunati. Credo che la frase “parenti serpenti” non sia sbagliata, ma passibile di modifica. Perché ci sono dei familiari amorevoli, alcune persone fortunate ne hanno tanti, invece altri possono contare su uno o due. Diciamo che i serpenti cambiano pelle ma restano sempre gli stessi, mentre certi parenti hanno cambiato così tante facce da non sapere più qual è la loro vera identità. Altri sono quasi peggio: i serpenti vanno a mangiare le uova di animali di specie diverse… mentre certi essere umani mangerebbero le uova dei loro stessi fratelli, figli, genitori, pur di preservare se stessi.

Lasciando perdere i capitoli familiari, torniamo alla frase iniziale: sì, posso concordare sul fatto che ci siano queste due categorie di persone nel mondo, quelle che sono sufficienti a loro stesse e quelle che hanno bisogno degli altri, del contatto umano, di condividere. Per molto tempo ho pensato che appartenere al secondo gruppo fosse sbagliato, in realtà in parte lo penso ancora adesso: perché per noi “bisognosi” la felicità non dipenderà mai interamente e solamente da noi, ma sarà sempre e comunque condizionata da qualcun’altro. Eppure, badate bene, non sto parlando per forza di un fidanzato, di una ragazza, di un marito, di una moglie, di un partner: sto parlando del genere umano, di tutti quelli che incontriamo e con cui stringiamo relazioni. Sto parlando delle persone che fanno parte della nostra vita, di quelle che ci sono da sempre e di quelle che entrano all’improvviso. Di una mamma che ci è accanto in ogni momento, che ha visto inimmaginabili e che ci ama con tutto il cuore. Di fratelli e sorelle più piccoli, con i loro sbalzi d’umore adolescenziali, di fratelli più grandi che forse sono odiosi a volte, di fratelli non di sangue ma d’elezione, per quell’affinità che nessuna parentela vera potrà mai sostituire. Di amiche da una vita, perse e ritrovate, di compagni di studio con cui si passa la maggior parte delle giornate a ridere e piangere, a scherzare e preoccuparsi. Di gente conosciuta tra i corridoi umidi dell’Arena o ballando su un tavolo. E’ chiaro che per noi avere un compagno di vita diventa più importante, ma forse non è chiaro il perché…e soprattutto forse non è chiaro cosa passa nella testa e nel cuore di persone così folli da aprirsi continuamente alle persone, nonostante tutte le botte.

Non posso parlare per tutti, ma per quello che mi riguarda la comunicazione è alla base della vita stessa: non starei scrivendo altrimenti, non passerei il tempo a sbirciare su Facebook le vite altrui se no, non avrei scelto un lavoro come quello del medico. Non medico chirurgo. Medico. Che parla con i pazienti, che spiega, che cerca di stare vicino, che mette le sue conoscenze a disposizione degli altri, che non vede un bambino come un numero e un genitore come una rottura di scatole…. ma che vuole aiutare quel genitore a prendersi cura al meglio di quel bambino. E dovete sapere che sbirciare le pagine Facebook può far nascere delle belle amicizie, può farci capire che una persona è più simile a noi di quanto non pensassimo solo per le cose che scrive. E che scrivere libera l’anima, o meglio, la alleggerisce. Onestamente, se faccio le cose solo per me stessa, non mi danno la stessa soddisfazione; se non posso condividere con qualcuno a cui tengo le cose che mi succedono, belle e brutte, mi sembra che mi manchi un pezzo. Se non posso ascoltare i miei amici e cercare di usare le mie esperienze per tirarne fuori un buon consiglio, mi sento inutile. Ecco che allora gli altri diventano fondamentali. E non è sempre bello, perché si viene feriti mille volte di più e si soffre parecchio la solitudine.

Chi si basta…beh, in parte è fortunato. Perché non avrà mai bisogno di niente e nessuno per essere più felice: ha tutto il suo mondo dentro sé, il resto sarà sempre in più. Se positivo meglio, se negativo se lo lascerà alle spalle senza troppi problemi. L’unica domanda è: riusciranno anche loro a vivere le cose con la stessa intensità?

Starving for love

Capita di avere nostalgia di cose piccole, magari da sempre date per scontate: un abbraccio, una carezza, un sms con  il buongiorno. Quando lasciamo che una persona entri a far parte della nostra vita non ci rendiamo pienamente conto di cosa questa scelta implichi, o almeno non del tutto: possiamo pensare al tempo che toglieremo agli amici, al fatto che dovremo (o meglio, dovremmo) essere fedeli, che da quel giorno e per tutta la durata di quella storia che tanto vogliamo, le labbra di quella persona saranno le uniche che baceremo. Addio vacanze sfrenate con i compagni dell’università, addio alla serata settimanale con le amiche…almeno nella maggior parte dei casi. E purtroppo, sempre nelle maggior parte dei casi, per quanto bene si possa pensare di valutare le conseguenze di una decisione, tutti questi piccoli risvolti che azzerano la nostra vita sociale passano in secondo piano. Perché? Perché chi dice che l’amore è come una droga ha schifosamente ragione: siamo assuefatti, proprio come in balia dell’effetto di qualche sostanza stupefacente; l’altra persona ci assorbe totalmente, ci lascia senza fiato, siamo talmente felici per ogni istante passato in due che tutto il resto non conta. Diamo tutto (o quasi) e riceviamo altrettanto (anche se nella maggior parte dei casi, diciamocelo, siamo solo dei poveri illusi: la bilancia penderà sempre da una parte piuttosto che dall’altra, non sarà mai perfettamente in equilibrio. 
Finché stiamo bene non ce ne accorgiamo nemmeno di quanto l’amore dia dipendenza, ci facciamo i conti nel momento in cui restiamo soli. Che sia per scelta, e allora è un po’ più facile, oppure no, improvvisamente ci troviamo SOLI. Se siamo così fortunati da avere accanto tanti veri amici allora per la maggior parte del tempo riusciamo a tenerci occupati, ma c’è un momento, un momento della giornata in cui tutti dobbiamo fare i conti con questa solitudine, quando scende il buio e tutta la luce della giornata, con i suoi buoni propositi, scompare. Allora ci si trova a casa, guardando il divano e ricordando, senza volerlo, quant’era bello stare sotto la coperta in due a guardare (o fare finta di guardare) un film. Torna in mente quel sorriso che ci faceva passare qualsiasi malinconia, quei baci che scaldavano ogni centimetro di pelle. E le risate. Chi non ha nostalgia delle risate? Perché in due si ride meglio, si ride di più, si ride anche di niente. 
Per non parlare del momento in cui è ora di andare a dormire e siamo più vulnerabili. Poteva essere vero amore oppure no, ma in quei momenti importava solo di avere qualcuno accanto, col suo profumo; quel profumo che ricorderemo per ogni storia che abbia contato qualcosa. Quel profumo che fa male se si sente per strada, se ci si accorge che qualcun’altro lo mette…quel profumo che fa contorcere lo stomaco. E in questi momenti ha poca importanza se il nostro ex (o la nostra ex) non fosse assolutamente la persona adatta a noi; ore e ore di ragionamenti, intuizioni brillanti e consapevolezze che ci hanno dato sollievo, facendoci capire che no, non poteva funzionare, che meritiamo di meglio, che la nostra vita adesso è più piena, diventano improvvisamente trasparenti, impalpabili. Le cerchiamo per avere un po’ di conforto e le sentiamo lontane, come una risposta di pura logica a un dolore che invece di logico non ha nulla, nemmeno il nome. Mal d’amore…amore con la lettera minuscola, perché non sto parlando del Vero Amore, badate bene. Sto parlando di quelle gioie e di quelle attenzioni, di quel contatto fisico, di quel calore che come persone in alcuni momenti ci serve e basta per stare bene. Sto parlando della certezza, almeno illusoria, di avere un punto fermo, una roccia, qualcuno di cui fidarsi davvero, da cui farsi vedere fragili senza paura. Una certezza che possiamo toccare, baciare, stringere, sentire parlare. 
E la notte, che dovrebbe servire per riposare, diventa uno strazio. Perché pagheremmo qualsiasi prezzo per ritrovare quelle sensazioni; allora c’è chi si getta su altri corpi, su altre labbra, nella speranza che possa bastare. Io credo che poi sia peggio di prima, che poi il vuoto si faccia ancora più grande, almeno per un po’. Può essere un meccanismo di difesa per non farsi trovare più vulnerabili…. peccato che più o meno in profondità vulnerabili lo siamo tutti quanti e prima o poi qualcuno si accorgerà di quanto ci hanno fatto male. C’è chi esce, cercando di tornare a casa il più tardi possibile per non sentire altro se non gli occhi che bruciano per le troppe ore passate senza dormire, in modo che il sonno diventi l’unica, facile soluzione. Chi scrive, chi fa progetti, chi cerca qualcun’altro a cui pensare. 
Non credo esistano soluzioni, oppure metodi più efficaci di altri, altrimenti qualcuno l’avrebbe già scoperto; siamo tutti diversi e ognuno può solo trovare la sua strada, il suo diversivo per non sentire questa fame d’amore. Per ricordare a se stesso che la notte fa sentire soli, è vero, ma che poi comunque ci aspetta un’altra giornata e non possiamo sapere cosa succederà. Magari sarà più difficile del giorno appena passato o invece, finalmente, la sera seguente ci sentiremo bene con noi stessi, nonostante l’assenza, anche senza amore-calore. In fondo, ogni droga dà crisi d’astinenza, ma non durano tutta la vita. E nemmeno tutte le notti. 

Tequila, sale e limone

Le persone cambiano, o forse no. Fino a qualche mese fa vi avrei detto di sì, senza il minimo dubbio, senza alcuna esitazione; adesso tutte queste certezze, questo ottimismo verso le persone iniziano a vacillare. E non perché qualcuno mi abbia fatto particolarmente male, o meglio, nonostante quello. Perché credo che l’unica persona che possiamo valutare al cento per cento, di cui possiamo arrivare a conoscere i cambiamenti più o meno profondi senza il rischio che sia solo una facciata, siamo noi stessi. Non so quanti di voi siano parte di quelle persone che pensano, pensano troppo…alcuni tra i miei migliori amici fanno parte di questa categoria e credo faccia parte anche questo dei motivi per cui il nostro rapporto è così profondo. Bene, per quanti di voi sono estranei a questa sorta di tortura cinese interiore, lasciatevi dire che siete FORTUNATI. Riuscite a far prevalere la ragione sul cuore, almeno in un buon 70% dei casi? Siete altrettanto fortunati. Se fate parte invece dei “pensatori ossessivi compulsivi”, come mi piace definirci, beh…avete tutta la mia comprensione.

Perché se è vero che il dolore ci plasma, che le esperienze che ci fanno soffrire sono quelle che ci fanno crescere, che siate pensatori ossessivo compulsivi o no, è altrettanto vero che se appartenete a questa categoria, più soffrirete più sentirete il desiderio di cambiare. Di lasciare un po’ la vostra grotta di profondità, emozioni a volte travolgenti (nel bene e nel male) per somigliare un po’ di più a quei turisti che passano le giornate in spiaggia potendo permettersi di non pensare nemmeno a quello che mangeranno per cena (tanto, c’è il buffet in hotel). Quindi qualcuno vi fa a pezzi? Bene, la prossima volta non mi farò coinvolgere così tanto. La prossima volta ci andrò con i piedi di piombo, da oggi in poi solo avventure. E magari i più fortunati di noi ci riescono pure. Altri invece, si ritrovano a fare un errore dietro l’altro, a cercare senza accorgersene, anche nella superficialità dei segni di profondità. O a trovarsi con l’occasione perfetta per evadere ma a non sapere come fare, troppo impacciati, troppo inesperti, troppo timorosi. Allo stesso modo si ricade negli stessi identici schemi, aggrappandosi a cose che sicuramente ci renderanno infelici ma che sono le uniche che desideriamo. E siamo sciocchi, sciocchi perché ne andiamo in cerca senza nemmeno riuscire a prenderle con leggerezza…che poi forse, sarebbe l’unico modo per goderne davvero.

Quindi nonostante tutte le esperienze, nonostante tutti i buoni propositi e nonostante tutti i cambiamenti che ci sono, perché sono innegabili, penso che una persona che sia profonda o troppo sensibile o paranoica resterà tale per sempre. Magari per quelli troppo superficiali una speranza c’è, speranza o rischio, perché a volte è difficile dire in che modo sia meglio guardare il mondo, se con la lente d’ingrandimento o con il cannocchiale da lontano. Però tornare indietro dalla grotta alla spiaggia è davvero difficile e l’unica cosa che si può cercare di fare è di trovare il giusto mezzo, quel punto d’equilibrio così fragile e prezioso che forse tutti, ma proprio tutti cerchiamo. C’è chi ci arriva per piccoli passi e chi invece deve passare da un estremo all’altro, come una pallina che rimbalza prima fortissimo e poi sempre più piano… l’importante è trovarlo questo equilibrio, in qualche modo. Vincendo un po’ la paura della sofferenza, che ci fa fare cose stupide, accettando che se il cuore non sente non c’è modo per la testa di comandare da sola e trovando qualcuno magari che ci prenda per mano e ci porti, di tanto in tanto, a ordinare una tequila sale e limone in più, anziché la solita, prudente acqua minerale.

S. Valentino

Il 14 febbraio arriva puntuale, con la sua ventata di cuori, rosa, rosso, cioccolatini e “ti amo” sparsi un po’ ovunque; come se per tutto il resto dell’anno, a parte questo periodo di febbraio, l’amore non contasse. Come se davvero servisse un giorno dedicato “agli innamorati” e io mi chiedo: ma festeggiare ogni giorno no? Per chi ha la fortuna di avere qualcuno di sincero al proprio fianco, per cui prova davvero amore, come può esserci qualcosa di più bello del dimostrare ogni giorno all’altra persona quanto si è grati di averla nella propria vita?

Perché in fondo se per il resto dell’anno si dà tutto per scontato, non sarà certo una scatola di cioccolatini o una rosa rossa a redimervi. Se c’è una cosa che ho imparato è che un rapporto è davvero come un giardino, un giardino con mille piante diverse, direi. E se non si coltiva ogni singolo giorno ci si ritrova con un pugno di erba secca che però non è un vegetale ma una persona, con i suoi sentimenti, le sue debolezze, i suoi bisogni. Per una donna è importante sentirsi bella, un po’ corteggiata anche quando ormai la fase dell’innamoramento “acuto” (passatemi questo termine un po’ medico) è passata… e credo che allo stesso modo un uomo abbia altrettanti bisogni, sicuramente diversi, ma altrettanto importanti. Queste differenze possono rendere difficile venirsi incontro, ma se si sceglie una persona si dovrebbe accettare di buon grado anche di avvicinarsi a queste diversità, o meglio, si dovrebbe avere voglia di conoscere l’altra persona giorno per giorno.

Per chi ha perso un amore, magari da poco, questi giorni sono infernali, perché ad ogni angolo si vedono solo baci, colore rosa, persino i programmi di cucina iniziano a dare sui nervi quando i biscotti, le torte, i panini, diventano a forma di cuore. Chiudersi in casa sarebbe solo controproducente, con la televisione intasata di film romantici…forse l’unica soluzione, l’unica che valga la pena applicare è di stare con gli amici, sempre che non facciano parte delle coppiette che domani tuberanno un po’ ovunque. Prendere la macchina e andare a ballare, a sdrammatizzare e soprattutto a ridere: ridere di tutto questo improvviso amore che, lo sappiano tutti, in realtà non è così idilliaco. Non lo è mai. E poi chissà, magari per qualche impavido S. Valentino può anche essere l’occasione giusta per trovare nuovi flirt, perché si sa che anche la più acida delle donne non resta indifferente a quest’atmosfera, che sia per criticarla o per struggersi di non aver trovato il principe azzurro.

Se ci si pensa bene però, la giornata che ci attende domani potrebbe essere il momento giusto per dire quelle benedette parole, quel “ti voglio bene” che troppo spesso ci limitiamo a pensare. Forse le persone che ci stanno vicino ogni giorno meriterebbero di sentirlo uscire dalle nostre labbra ogni tanto, no? Facciamo un respiro profondo e pensiamo a mamme, sorelle, fratelli, amici. Potremmo avere più auguri di S.Valentino da fare di quanti pensiamo se non ci limitiamo a guardare questa festa con un’ottica italiana e ristretta.

Confiance

La Fiducia è qualcosa di forte, un concetto che meriterebbe un’intera pagina del dizionario e invece forse viene usata a sproposito…non importa in che lingua si parli, che tu dica Trust, Confiance, il significato è sempre lo stesso. E nella maggior parte dei casi è una parola che viene utilizzata in discorsi importanti: “hai tutta la mia fiducia” implica una grossa, grossissima responsabilità; “hai perso la mia fiducia” o “non mi fido degli uomini” fanno trasparire delle ferite che stanno ancora urlando di dolore. Perché in fondo, la fiducia complica i rapporti umani, ma li rende anche tali: possiamo definire “amica” una persona di cui non ci fidiamo?

E quando qualcuno tradisce la fiducia che abbiamo riposto in lui, è come se quest’individuo avesse preso tutto quello che c’è stato fino a quel momento e l’avesse distrutto, dilaniato, mandato in frantumi come un grosso specchio di cristallo che viene lanciato dal quarto piano. Ci sono frammenti ovunque…e, se quello specchio siamo noi, non c’è lavoro più difficile che rimetterci insieme. Sia perché i pezzi tagliano, ci fanno male ogni volta che proviamo anche solo a ritrovare un’ordine, come se ogni gesto, ogni persona, ci ricordasse il momento in cui ci hanno presi e scagliati sull’asfalto senza tanti problemi, sia perché dei pezzi di vetro rimessi assieme non ci daranno mai più l’immagine nitida che c’era prima, resteremo sempre vagamente deformati, con le cicatrici formate dai bordi dei vari frammenti ricomposti a ricordarci quanto siamo stati sciocchi a fidarci così fortemente di qualcuno. Un promemoria sempre presente di quello che assolutamente NON deve ricapitare, di quello che non possiamo più permettere a nessun’altro di farci.

Quando qualcuno fa un tentativo, magari assolutamente innocente, di trovarsi un posto nel nostro cuore, lo respingiamo, pensando che l’unica persona di cui possiamo fidarci davvero siamo noi stessi. Onestamente? Non sono poi così sicura nemmeno di questo: perché la mente e soprattutto il cuore umano sono ingannevoli, a volte si fanno delle lotte terribili e non sempre è la razionalità ad avere la meglio. Ci si trova lì, feriti, amareggiati, eppure con ancora un bisogno estremo che qualcuno ci faccia cambiare idea, che ci dimostri una volta per tutte che ci sono persone diverse, che non tutti vogliono solo usarci per un po’ e poi gettarci via come un giocattolo vecchio. E di nuovo a terra, ci chiniamo a raccogliere qualche nuovo pezzo…magari stavolta non siamo andati in frantumi del tutto, ci hanno rotto uno spigolo, un angolo, ci hanno lanciato addosso un sassolino. Ma nuove cicatrici si aggiungono a quelle vecchie, rendendoci un intricato labirinto di ferite.

Ma nonostante tutto ci sono persone, un po’ sciocche, che non perdono la fiducia nell’intero genere umano, o in tutti gli uomini, o in tutte le donne, in tutti i padri. Perché in fondo, è possibile che siamo gli unici a essere stati ridotti in brandelli? E’ possibile che non ci sia davvero nessun altro che ha sofferto quanto noi, le cui cicatrici sono diverse, certo, ma comunque ci sono? Qualcuno dovrà pur imparare dal dolore, dopo essersi ricomposto una o più volte, che gli specchi non vanno lanciati giù dalla finestra. Quindi sì, apro questo blog con l’assurda affermazione di credere ancora che ci siano persone degne di fiducia, là fuori. Alcune le conosco già, altre spero di incontrarle per cercare di convincerle che in fondo, non siamo tutti cattivi… e tra le persone cattive ci sono quelle che lo sono perché è nella loro natura e altre che lo diventano come meccanismo di difesa.

Nessuno ci darà mai la garanzia che le persone di cui ci fidiamo non ci faranno del male…possiamo isolarci. In senso letterale, facendo gli eremiti, o in maniera più sottile, vivendo tutto con superficialità. Oppure possiamo essere chiari, sempre. E pretendere chiarezza. Non è sufficiente ad essere sicuri di non finire in pezzi di nuovo, ma in fondo se siamo riusciti a mettere insieme i pezzi una volta, ce la faremo di nuovo, magari con l’aiuto di quelle poche persone per le quali ci sentiamo disposti a correre questo folle rischio chiamato fiducia.