Ottobre

L’ambulatorio del medico di famiglia è come un calderone incandescente. È pieno di vite che si incrociano. Di voci che borbottano in sala d’attesa, spesso sbuffando. Di germi, che riempiono l’aria. Di persone che lavorano, fanno su e giù per le scale, dentro e fuori dalle stanze, con le dita che ticchettano sul computer più in fretta che possono, le mani a visitare, prendere pressioni, gli occhi che scorrono veloci ma attenti su referti di analisi, tac, visite specialistiche. Dentro quell’ambulatorio la tua vita viene accantonata e investita da altre trenta, quaranta vite ogni giorno. Da trenta, quaranta storie. Di anziani che non riescono ad accettare gli acciacchi perché sono sempre stati molto fortunati e si trovano impreparati al corpo che cede. Di giovani, schiacciati dall’ansia,dalla depressione, dalla routine che costringe a correre, senza sapere quale sia la meta. Di figli, che vedono i genitori sempre più affossati, stretti tra le grinfie di qualche malattia terribile; oppure a volte, ancora più difficile da affrontare, capita persino il contrario.

Tu stai lì, in quella stanza di pochi metri quadri. E cerchi di dare conforto. Ci sono le ricette, ci sono i farmaci. Ma c’è tanto, tanto bisogno di ascolto. E ti lasci attraversare. Da tutta quella sofferenza, da tutta quella frustrazione, qualche volta (fortunatamente), anche dalla gioia e dalla gratitudine. Prendi quelle vite e lasci che sostituiscano la tua mentre sei lì, con quel camice bianco che spesso per il paziente vuol dire solo “qui può lasciarsi andare. Pianga. Parli. Chieda.”

Fuori però, la vita aspetta anche i medici. E non è facile. Essere medico e paziente. Medico e parente del paziente. Medico e persona che, come tutte le persone del mondo, quando le cose si fanno difficili, spera. Spera tanto intensamente da consumare i modi in cui si può sperare.

Quando ti trovi senza camice, nudo, speri ancora più intensamente. Spegni le luci dell’ambulatorio, esci. Senti l’aria fresca sul viso e sbam. Tutte quelle storie, quelle sofferenze, quegli atti di fiducia, quelle lacrime, tutto, si somma alla vita che c’è là fuori. Che può essere cosparsa di piccole, grandi e preziose meraviglie ma anche di tanto dolore. Di piogge, a volte inaspettate e intense.

Tempesta più tempesta, le mie tempeste e le loro tempeste. Fanno vacillare. Le paure di un medico come essere umano non sono diverse da quelle di qualsiasi persona entri e si sieda dall’altra parte della scrivania. Anzi. Talvolta sono rese più cupe dalla conoscenza di tutte le cose che possono andare storte. Dalle vite che attraverso e che restano, un pezzetto impercettibile alla volta, dentro. Ad alimentare bellezza, conoscenza, paura.

E solo due cose posso fare, quando le tempeste mi spaventano di più: stringermi a coloro che nella mia vita sono meraviglia e sicurezza. E dire a me stessa, come un mantra, ciò che direi ad un paziente con un percorso insidioso davanti a sé: un passo per volta. Un piccolo passo alla volta.

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