Amo le parole, eppure a volte non so parlare. Riesco a scrivere, anche cose che vanno nel profondo, che raschiano parti nascoste, ma se provo ad aprire la bocca i suoni si spezzano in gola. Non sempre, non con tutti. Di solito quando si tratta di dire ciò che voglio, che preferisco, che mi dà fastidio. Sulla carta o su uno sfondo bianco è tutto più facile, le parole hanno una forma definita, mi viene talmente naturale che sembra ci si tuffino da sole in tutto quel bianco, che si autodefiniscano. Ed è bello vederle scritte, nere ed eleganti, persino quando prendo appunti di fretta, persino quando mi fa male la mano perché la penna non va veloce quanto i pensieri. Siamo io e il foglio, un vuoto da riempire.

Ma parlare davanti a due occhi che ti scrutano, quella è tutta un’altra cosa. Sin da piccola le parole si sono spesso fermate lì, sulla bocca dello stomaco. A fare male, se non dette. Col timore di essere giudicata, rifiutata, sgridata. Cose sciocche, piccoli semi che si impiantano così in profondità che non li vedi nemmeno germogliare, te ne accorgi quando ormai sono cresciuti troppo. E vorrei, vorrei davvero riuscire a usare la mia voce, a sentirla e a farmela piacere. Mi sembra sempre un po’ stonata, almeno finché non prendo confidenza con gli occhi che l’ascoltano. Credo serva tempo, come per imparare ad andare in bicicletta. Prima si cade, poi non più. Una parola sarà difficile, due ancora un po’, poi sempre meno. Sempre più vicina ad essere io, anche nella voce. Nel dire, non solo nel chiedere, nell’ascoltare.

Take care

Facciamo un gioco, impariamo cosa vuol dire “prendersi cura” di cose, rapporti, persone. Non è facile, forse non è nemmeno un gioco, di sicuro si può imparare. C’è a chi viene naturale e chi invece preferisce evitarlo, perché magari deve ancora imparare a prendersi cura di se stesso. Beh prendersi cura è la mamma che si assicura che tu abbia mangiato, anche se non hai più sei anni. È un’amica che ti passa i suoi appunti per un esame in cui tu magari hai delle difficoltà. È un abbraccio, di quelli stretti, dato al buio, in bilico tra l’allergia e la paura per qualcosa che sembra troppo bello per essere vero. È quando qualcuno sta morendo di sonno, ma resta sveglio ad ascoltarti. È un medico che non si limita a prescrivere farmaci, ma si interessa al suo paziente a trecentosessanta gradi. Che ha una parola di conforto, dieci minuti per parlare. È il medico che, se sarò medico, vorrei diventare.

Quando qualcuno si prende cura di te ti fa sentire speciale, al sicuro. A me l’ha insegnato mia mamma, senza troppi giri di parole… semplicemente facendolo sempre, con me e mia sorella. Non si può spiegare in teoria, si impara con la pratica. E a me piace prendermi cura delle persone e delle relazioni. Delle cose meno, lo ammetto.

È più difficile pensare che qualcuno si prenda cura di me. Lo permetto solo a persone selezionate, perché vuol dire iniziare a contare su di loro, lasciare loro il timone, in alcuni momenti… e se io non ho il controllo vado in ansia. Ma un’ansia di quelle forti proprio, perché ho imparato che difficilmente le persone decidono di restare. Magari ti fanno una carezza poi capiscono che non ne vali la pena e spariscono. Ho imparato che frasi come “ci sarò sempre” non hanno tanto significato, ho imparato che un abbraccio, di quelli veri, può sostituire ore di conversazione.

Si impara col tempo a prendersi cura delle persone e col tempo si impara a lasciare che qualcuno si prenda cura di te, un passo alla volta, un gesto alla volta, senza dire nulla più del necessario.

Dovrebbero insegnarla, l’importanza del prendersi cura, perché è alla base di ogni rapporto. Tra un genitore e un figlio, nelle vere amicizie, nell’amore. Insegnare che buttare sale su un taglio fa male, che non si deve, piuttosto che meglio lasciar stare, ma che un piccolo bacio può fare bene. I bambini ci credono, perché loro lo sanno come funziona. Siamo noi che crescendo ce lo dimentichiamo.