C’era una volta

Sono in un ambulatorio piccolino, c’è una porta bianca chiusa. Una scrivania disordinata, delle caramelle, un fonendoscopio rosso appoggiato su una sedia. Lo prendo in mano e la campana è piccola, non è fatta per ascoltare il cuore dei grandi. Poco più in là c’è un lavandino, con uno specchio sopra; ci arrivo facendo lo slalom tra libretti e pupazzetti sparsi per terra, su quel tappeto colorato che devo far lavare ogni settimana ma mi piace tanto. Guardo il mio riflesso e mi sorride, i capelli raccolti e quel camice bianco, che bianco non è. Ha una coccinella sulla tasca superiore e orsetti e farfalle. E colori. Colori caldi, ma non eccessivi. Colori per dire “sì, sono una dottoressa, ma mica una qualsiasi, sai? Io sono una dottoressa dei bambini”.

Bussano alla porta, finisco di lavarmi le mani e vado ad aprire. È solo un’altra mamma preoccupata, solo un altro papà che ha passato la notte in bianco, solo un altro piccolo paziente.

“Solo”, perché nella mia favola quel “solo” avrebbe significato tutto. C’era una volta, ci sarebbe potuto essere, ora non c’è più. Ma in quel sorriso allo specchio io ci spero ancora un po’. Di trovarlo, magari in un’altra storia, magari in colori diversi. Magari.

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